giovedì 28 aprile 2016

ready to take off






Me lo dice sempre, la mia amica oculista di Bergamo. Non bisognerebbe accettare neppure un bicchiere d'acqua, quando si viaggia con l'Alitalia. Lo raccomanda sempre, da quando è stata lasciata a terra per overbooking. Mi sono ricordato di lei, qualche giorno fa, nel guardare l'equipaggio di cabina.  Perchè con il passare degli anni, le hostess hanno subìto una sorta di mutazione genetica. Quasi tutte portano i capelli raccolti e con piccola coda o una cipolla. Le restanti, hanno i capelli tagliati corti. Ma questa mutazione, non si è limitata alla capigliatura, perchè, a guardare bene, evitando di farsi notare, sono diventate un po' più mascoline. Quelle di altezza maggiore, avendo perso le linee e le curve tipicamente attese in una donna, ma soltanto restando con pantaloni vuoti. Neppure davanti, come sarebbe ovvio attendersi da un organismo di genere femminile. Insomma, avete capito: niente forme prosperose, ma neppure il minimo sindacale, che possa impedire il declino della leggenda, che voleva le assistenti di volo, capaci di fare esplodere desideri e immaginazione. 
A dirla tutta, neppure i loro colleghi maschi sembrano essere usciti indenni da questo misterioso fenomeno evolutivo. Nel mio viaggio di oggi, verso Napoli, sono seduto alla fila tre, lato corridoio. E questo, mi ha consentito, non volendo, di sentire gli animati discorsi tra due colleghi, assistenti di volo, di sesso opposto. Argomento scabroso: l'utilità e il migliore utilizzo dell'anticalcare nel bagno. Con lui che appariva nettamente a proprio agio. Anzi, più esperto di lei. Un uomo di mondo, insomma.
Ci penserò, la prossima volta che dovrò fare una scelta. Non tra lei o lui. Ma tra dolce o salato. Grazie per avere volato con me.
    

sabato 16 aprile 2016

istruzioni per l'uso







Mi sono fermato davanti alla colonnina rossa, ho abbassato il finestrino dal mio lato e ho seguito le istruzioni che erano scritte sul display verde.












Ho preso il biglietto che mi ero tenuto in tasca fino ad allora e l'ho letto.




















Non era granchè interessante. Comunque, l'ho pure riletto.

Eppure, la sbarra non si è alzata.  Forse avrei dovuto fare un riassunto?

sabato 12 marzo 2016

all-less

Alcuni sono profumatissimi. Un eccesso di fragranza forte, che ti arriva addosso, mentre passano vicino e resta per qualche secondo. Altri invece, sanno soltanto di pulito. Niente gel luccicante sui capelli. Oppure si distinguono per i jeans dello stile che piace ancora a loro, fin da quando li portavano da ventenni. Mentre i più giovani  sono audaci e seguono la tendenza, con gli strappi al punto più o meno giusto. Barbe o visi lisci. Spesso meno pallidi di come te li aspetti. Poi ci sono i solitari. Quelli che attendono sullo spigolo del marciapiede, di fronte alla scuola. e sembrano dei padri ansiosi, che aspettano i figli alla fine delle lezioni. Dall'altro lato, dove la palazzina d'epoca lascia libero un bellissimo quadrato di sole, il gruppetto che si bea del tepore  fuori stagione.  Parlano tra loro, come i vecchietti delle  piazze di chiesa nei paesini. Esprimono pareri animati. Scambiano consigli esperti. Sono così numerosi, in quel.crocevia del centro della città. Proprio davanti al liceo da cui sono venuti due presidenti della Repubblica. Eppure non sembrano avere niente in comune tra loro. Se non quella inusuale sportina di plastica biodegradabile. Con quella scritta identica per tutti. "Issimo. La spesa semplice". Una busta bianca e rossa che li accompagna, mentre escono dal portone di ferro. Quello con la targa dorata. Caritas diocesana.

venerdì 11 marzo 2016

otto marzo

 





 

 
 
 
Se tu potessi leggerlo, te lo scriverei.
Noi siamo ciò che siamo stati.
Noi siamo ciò che siamo stati per gli altri. 
Per chi ci ha voluto nella propria vita.
Ogni volta che perdiamo qualcuno di loro,
perdiamo una parte di ciò che siamo stati. 
Di ciò che non saremo più.

(per R.)
 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
8 marzo
 
Noi uomini lo sappiamo. Dovremmo festeggiarle ogni giorno. Non soltanto in una festa comandata. Sono le nostre compagne di vita. Quasi sempre le guidiamo noi, ma sono loro che ci portano, ci trasportano verso luoghi che talvolta, neppure conosciamo. Iniziamo ad amarle per come sono fatte, per le loro forme. A volte arrotondate, a volte spigolose. Poi le apprezziamo per come sono dentro. Motori inarrestabili, capaci di restare assieme a noi per una vita intera. Anche quando le lasciamo per una nuova passione, restano per sempre nel nostro pensiero e magari le incontriamo con un altro uomo, a cui concedono di percorrere un altro tratto della strada.
Forse riusciremmo a vivere senza di loro. Ma è difficile immaginarla, ormai, una vita senza auto.

mercoledì 20 gennaio 2016

oroscopo cinese







Mi sono fermato davanti alla bancarella di un filippino. Vendeva ogni genere di gadget iper tecnologico. Mi ha attratto una sorta di manopolone gigante. Come un grosso contaminuti da cucina,  ma invece dei numeri da zero a sessanta,   portava impressa una serie di tacchette a cui corrispondevano i disegni di strani animali.
"Sono i segni degli anni del calendario cinese", mi ha anticipato il proprietario dell'attività commerciale itinerante. 
Io ho fatto una faccia sul perplesso andante e ho chiesto cosa se ne facesse dei segni del calendario cinese, per cuocere un uovo alla coque o per gli spaghettini.
Quello ha mutato espressione, come fosse uno dei leggendari custodi del segreto della mummia, per trasformarlo, un istante dopo, in uno smunto sorriso di compatimento. Eppure doveva avere simpatia per me. Oppure, per qualche oscuro motivo, mi ritenne un predestinato. Perché iniziò a raccontarmi in modo sommesso, che in realtà, quell'oggetto che inspiegabilmente per gli altri, mi aveva attratto, era l'ultima rimasta, delle macchine immaginifiche del potente Xhiao Ping Teng.  Portandolo con me, ogni volta che avessi ruotato per un giro intero, la parte sferica superiore, portando la piccola tacca bianca, in corrispondenza di uno dei segni dorati, mi sarei ritrovato nello stesso giorno, alla medesima ora, ma nell'anno indicato dal simbolo. Avrei potuto essere in luoghi al di fuori da ogni immaginazione. A distanza di pochi anni o molti secoli. Senza limiti.   Capii in un attimo, che il Fato aveva messo davanti a me un'occasione riservata a pochi eletti, nella storia di questo nostro mondo. 
"Come posso averlo?". Il filippino con uno sguardo divenuto ossequioso, allungo' verso di me, le sue mani, che tenevano devote, quell'oggetto unico. E mentre lo porgeva,  portava il capo verso il basso, con un gesto quasi sacrale. Io mi ritrovai a pochi millimetri da quella superficie convessa rossa e lucida. Mentre sentii distintamente la voce, indirizzata a me.
"Sono dieci euri".
Come, dieci euro? Non puoi impedirmi di ricevere questo talismano. Sono io l'eletto. 
"Sono dieci euri", ripeté ancora una volta, senza muovere il viso ancora rivolto verso le mie scarpe.  Non ti pare di essere esoso?  Ti posso dare cinque euro. Ho una banconota da cinque euro e non voglio resto.
"Sono dieci euri", fu la magica preghiera con cui mi rispose, con le braccia ancora tese verso di me.
Dieci euro per un passaggio verso l'eternità. Non riuscivo a crederci. Ma era una questione di principio. 
Al massimo potevo aggiungere la moneta che tenevo per il carrello del Conad. Sei euro. 
"Sono dieci euri". 
Così, io sono ancora qui. E quando passo davanti ai filippini che vendono le cover per cellulari, penso sempre che, forse, non ho capito l'importanza di ciò che mi è accaduto. Che forse avrei dovuto offrire almeno sette euri.



giovedì 10 dicembre 2015

con la "a" maiuscola (replica del 2013)

A due anni di distanza, forse non tutti ricordano cosa era successo. Fate mente locale. E poi rileggete. Spero vi possa piacere




mercoledì 20 novembre 2013

con la "a" maiuscola

Io l'ho vista l'acqua. Avevo cinque anni. E mia zia, che ora è l'ombra di sé stessa, che stava lì accanto a me. La guardava anche lei. Immobile nella sua ossuta secchezza. La mano stretta sulla mia. A impedirmi neppure mezzo passo, delle mie scarpe nuove, di vernice nera. Come se soltanto a guardarlo, quel mare color nocciola, avesse potuto trascinarmi via. Io l'ho vista l'acqua, dopo la messa della domenica. Incurante di ogni preghiera. Senza rispetto per il giorno del Signore. Silenziosa come un temporale raccontato a chi non c'era. Lenta come lo scorrere del tempo. E come il tempo, incapace di fermarsi o tornare indietro. È così che la ricordo. Mentre curiosamente, ogni cosa della piazza sembrava abbassarsi. Mentre solo lei restava uguale. Sempre alla stessa altezza. Come se un invisibile e magico falegname, segasse le gambe del tavolo, per farlo più basso. Per aiutare mia nonna a stendere meglio l'impasto del pane fine. Così, si abbassava il vecchio  municipio, con la lapide in marmo dei caduti in guerra. Il consorzio agrario, di fronte al vecchio pozzo. L'ufficio postale, di fianco al negozio di generi alimentari della signora Antonia. Persino il bar di Giovanni, da cui vedevo uscire, galleggiando, le cassette di legno della birra Ichnusa.  E il grande muro dell'argine, che si piegava morbidamente, come fanno i nastrini, quando si infiocchettano i pacchi regalo.
Era un'acqua di altri tempi. Arrivava di giorno. Arrivava con calma. Ti dava il tempo di capire cosa fare e dove andare a ripararti, senza fretta. Portava via solo oggetti inanimati. Al più, teneva per sé i cari ricordi di qualcuno. Regali di nozze. Tappeti di lana ereditati dal bisnonno. L'ultima foto del proprio marito, disperso nella guerra d'Africa. Vecchi mobili rattoppati. O ciarpame, dall'enorma valore affettivo, conservato in un angolo, per quando mai fosse servito. Ma buono da dare in pasto all'alluvione.
La chiamavano così. Anzi, ancora oggi la chiamano così. Come fosse un nome proprio di persona. Come fosse un vecchio emigrato, che ogni tanto potrebbe tornare a visitare il paese, per vedere se tutto è come l'aveva lasciato l'ultima volta. La chiamano così, rifiutando persino, di usare l'articolo indeterminativo. Distinguendo persino le epoche paesane: prima e dopo di essa. E magari, con la "A" maiuscola.
"L'Alluvione".
Sono una persona molto fortunata: la vita mi permette persino l'imbarazzo della scelta.


(lo so, lo so...è da molto che non metto i miei testi sul blog...)

venerdì 18 settembre 2015

vita



 
In altri tempi, quando si doveva spiegare a un bambino il mistero della Vita che diventa altro, occorreva sedersi davanti a lui, tenendone le mani.
Gli si raccontava di quei momenti in cui le persone, trascinate lungo la vita da passioni, sentimenti, errori, arrivavano esauste al luogo in cui ogni forza era consunta, come un colletto inamidato rigirato troppe volte. Giunto nelle mani della Signora, che sino a quel giorno, ogni volta aveva trovato il modo di riprendere, rabberciare, ricucirne il bordo. Ma che quella volta, con sguardo pietoso, lo restituiva. Non per gettarlo via, ma con la preghiera di farne buon uso, inventandone una nuova vita. Magari non indosso, ma in un cassetto a cui ricorrere per le necessità della casa.
Ho pensato a questo, mentre viaggiavo sulla strada del ritorno a casa, guardando le campagne dalle vetrate di un pullman, come da studente.
L'ho pensato perché lui non era esausto. Non lo era mai stato, neppure da giovane. E sono sicuro che anche stavolta, come sempre, ha deciso lui.


 

nero





Qualcuno dovrebbe iniziare a dirlo. Qualcuno dovrebbe iniziare a raccontarlo. Di quella grande costruzione emersa nel punto in qui sparisce la nebbia della pianura. Confine tra i possedimenti di Lord Piercy e le paludi delle zanzare. Tra le ultime chiudende del marghine e i resti che furono dei vescovi sterminati dalla malaria.
Mio fratello ritiene che a nessuno, ormai, possa interessare la storia di quella stazione. Che non ci siano più, le anime libere disposte a sentire l'emozione di quella signora magra e alta. Che ci sia in giro alcuno capace di ascoltare le sensazioni di un ragazzino
Mio fratello più piccolo crede che nessuno voglia conoscere chi sia stata e cosa sia ora, quella donna vestita di nero.
Si, perché da noi, ogni mistero è vestito di nero. Ogni storia che si nasconde dietro a una sconosciuta, dev'essere una storia che non può avere altro colore, se non quello del lutto. Al più, talvolta, si può aggiungere il rosso vinoso del sangue dei Miserabili. Raramente quello più vivo dei nobili decaduti, delle maestrine romantiche o del generale Lutzu.
Eppure ci sarà un motivo se per lui, quella stazione a scartamento ridotto, oggi non è fatta di binari, né di vecchi vagoni di legno pitturato trenta volte di grigio. Ci sarà un insegnamento, come dice la mia maestra di San Vero, se fra tutti i ricordi di ragazzzino, lui racconta di quella signora alta. Alta come lo sono tutte le donne, agli occhi di un dodicenne. Forte, come lo sono tutte le donne agli occhi dei cinquantenni. Lui, di quella stazione, cerca inutilmente l'unica cosa che sa di non trovare. Muri scoloriti e intonaci scrostati. Doppie porte scardinate e senza neppure più voglia di cigolare. Ogni cosa è ancora al suo posto. Come i soliti vecchi delle piazzette di paese. Che trovi al solito posto, soltanto più decrepiti. Lui cerca inutilmente quel telefono, inchiodato al muro della porta del capostazione. Troppo in alto per un dodicenne.
E anche se non lo ammette, penserà che è un vero peccato non trovarlo ancora appeso. Adesso che ha l'altezza giusta, per guardare da vicino e toccare quel telefono. Nero. Come gli abiti della signora che aspettava i treni.
Scomparso anche lui, senza avere potuto far sentire la sua voce. Senza avere raccontato quella storia.




 

perso





È una giornata importante. Vestito bene. Pantaloni blu, maglietta rossa con scarpe abbinate. Non mi devo sporcare il vestito nuovo. Non devo giocare con la terra. Devo stare attento a non cadere.
Non sono stato bravo. Non ho mantenuto la promessa. Ma non sento le urla di mia madre, ora che sono sporco di sabbia, bagnato fradicio fin dentro i miei piccoli polmoni. Ora che sono riverso addormentato sulla spiaggia di fine estate. Perso