sabato 20 giugno 2015

Joyce e l'età del quarzo

Una volta il mondo andava a molla.
Una delle rivoluzioni umane, come quella del frigorifero, del treno a vapore, del telaio meccanico, della stampa, fu quella in cui i giapponesi della Casio, fecero passare l'umanità dall'età della molla, all'età del quarzo.
Fu una rivoluzione terribile, dove il ticchettio degli orologi da caricare, fu soppiantato senza pietà dal silenzio dei led. Il calore del movimento meccanico abbandonato, senza riconoscenza, dai minuscoli circuiti integrati. Persino la meraviglia del movimento a diapason, fu costretta in un angolo, senza neppure l'onore delle armi. Sconfitti da un orologio il cui pezzo più costoso era il bracciale. Nessuno riuscì a vincere quella battaglia incruenta. Neppure i soliti stolti romantici, che guardavano con affetto  quei piccoli congegni segnatempo, costruiti apposta per fare discutere in ogni occasione, su quale fosse il più preciso.  Relazioni umane e interi pomeriggi, passati a confrontarsi su quale fosse l'orologio più preciso. Quale fosse quello che accumulava meno ritardo. Sui modi per regolare l'eccessivo anticipo. Confronti spietati nel dimostrare che fosse esatta l'ora indicata nel quadrante. Vite intere passate a capire l'imprecisione del meccanismo, per correggerla quotidianamente. Tutto spazzato via da quel prodigio giapponese, con le scritte inglesi serigrafate sul fondo nero. Time. Mode. Alarm.
Perdonerete questa fumosa e quasi bucolica premessa. L'età della Molla, un po' come l'età dell'Innocenza.
Oggi neppure ci ricordiamo di quell'età. In cui la variabilità dell'ora esatta e la relatività della precisione, erano parte normale del trascorrere del tempo quotidiano. Oggi che il tempo è scandito così bene, che neppure ci rendiamo conto di esso, se non quando è già passato. Oggi che il padrone assoluto delle macchine segnatempo, è proprio il piccolo minuscolo minerale di quarzo. Che, come tutti i vincitori, ha concesso un grazioso dono agli sconfitti, mettendo le lancette, per darci la sensazione del trascorrere del tempo. Come un accessorio vezzoso aggiunto a un vestito elegante, le sveglie di oggi emettono un ticchettio artificiale, spesso non necessario, ma solo per ricordare i vecchi, ormai antichi, orologi a molla. Senza lasciare spazio all'imprecisione. Orari uniformi, come fossero sincronizzati da un Grande Fratello, cugino degli Dei dell'Olimpo, erede e discendente di Chronos.
L'unica fuga da questo Mondo Perfetto, potrà essere la ribellione di Joyce. Che con la scusa di non essere in ritardo, manomette con cura meticolosa, tutti gli orologi della casa. Portando avanti le lancette di alcuni, lasciando invariati gli altri, e trascurando quelli che hanno esaurito la carica delle batterie (che segnano l'ora esatta solo due volte al giorno). Il risultato è che non sai mai, di primo acchitto, quale sia l'ora esatta. Così ha restituito all'umanità quella libertà di ondeggiare attorno al tempo. La libertà di scegliere tra tanti momenti, quale sia quello giusto. Di rinfocolare il rapporto umano e persino le relazioni affettive, quando ognuno può scegliere e preferire l'ora più adatta. Libero ognuno di essere in anticipo o in ritardo. Libero dalla schiavitù del quarzo.

Buon compleanno (io sono nato alle nove, circa).

martedì 24 marzo 2015

parole & cervelli





 
Mi hanno chiesto se mi innamoro facilmente delle persone. No. Mi innamoro facilmente del loro cervello.
 
 
Custodisco tutte le parole bellissime che mi hai dato. Come faceva mia nonna, che conservava le sue medicine, dentro una scatola di latta, del lievito Bertolini. E come lei, quando sto male, apro la scatola e verso la giusta quantità di gocce, per lenire il dolore. Se fai attenzione, puoi sentire il suono delle parole che cadono nel bicchiere. Una ad una.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Non vale. Tu porti gli occhiali. E così puoi vedere ogni mia piccola ruga. Ogni imperfezione. Qualunque mio movimento,  impercettibile agli altri. Poi mi correggi. "Non sono gli occhiali", dici.  Si chiama "anima".
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Dicono che la nostra vita è ciò che non abbiamo fatto. Io non so se ho fatto bene o male. Anzi, non so neppure se ho fatto.
 
 

 

 
 
 
 
 
 
 
Forse anche allora, era il giorno dell'equinozio di primavera. Forse anche allora il giornalista era lo stesso. Quel giornalista che, sul telegiornale della Sardegna, chiese alla vecchietta di Bosa, con il soffitto della casa popolare degradato dalle infiltrazioni, cosa facesse quando pioveva.
Di sicuro, oggi che è il giorno dell'equinozio, al tigì fanno un bellissimo servizio sulla giornata del Fondo Italiano dell'Ambiente. Uno dei luoghi che si possono visitare oggi, come nel resto d'Italia, è il vecchio e ormai chiuso, carcere della città di Tempio Pausania. Devo essere sincero: non ci vedo un granchè d'interessante. Neppure quando si vede una targa all'ingresso di una stanza: "sala fitness". Però i ragazzini delle scuole e gli altri visitatori sono entusiasti, quando rispondono alle domande dell'intervistatore. Specie quando si chiede a cosa vorrebbero fosse destinata, in futuro, quella struttura. Ognuno esprime il suo desiderio. Centro creativo o ricreativo, museo, cultura, eccetera....
Ma, soprattutto, come dice una signora simil-bionda, "l'importante è avere una struttura di cui poter usufruire, a cui si possa accedere, in cui si possa entrare facilmente". Ma questo, signora, già c'era. Il problema del carcere di Tempio Pausania, non era entrarci. Quello era facile anche prima. Il difficile, era uscirne.
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Io vorrei che l'assessore regionale ai trasporti, fosse come Piero Angela.  Come lo vedevo da ragazzino in tv. L'altro giorno raccontavo di come ricordassi perfettamente le serate in cui lui parlava del mondo futuro e dei telefoni che avremmo potuto usare fuori casa. Ma non di quegli apparecchi a forma di cornetto, elegantemente posati sul tavolino a bordo piscina, dei telefilm americani. No. Lui raccontava cose impossibili. Parlava di persone che avrebbero potuto conversare con i loro parenti o colleghi, mentre si spostavano!  E nel disegno animato, si vedevano tanti tralicci in fila, che passavano un segnale radio, dall'uno all'altro, facendo in modo che la telefonata non si interrompesse. E questi tralicci si sarebbero chiamati "celle".
Oppure, descriveva città fantastiche, in cui gli abitanti venivano guidati da schermi che li avvisavano delle condizioni meteo, del bus in arrivo, degli ingorghi stradali, dei negozi aperti, di eventuali guasti agli impianti, o persino di pericoli. Città in cui la metropolitana, la rete elettrica, l'acquedotto, sarebbero stati controllati, non dall'uomo, ma dalle macchine.
Ecco. Io spero che l'assessore  regionale ai trasporti, sia proprio come Piero Angela. Spero proprio che un giorno, ciò che lui racconta oggi  sul giornale, possa diventare realtà.
Cosi che io, un giorno, possa ricordare di quando per la prima volta, qualcuno disse che si poteva andare in treno, da Cagliari a Sassari,  in due ore.
 
 
 
Qualche giorno fa, raccontavo a una persona, di un mio professore.  Lui diceva che la consistenza così "molliccia" del cervello, quasi semiliquida, era concepita perchè i nostri sogni, vi si poggiassero comodi....
 
 
 
Poi, per esempio, ci sono quelli malinconici:
1) Non mi manca lei. È peggio. Mi manca quella che era lei.
2) Resisto. Non perché penso al passato. Ma perché non smetto di sognare.
 
 
 
 
Non ti guardo negli occhi. Perché non ho segnato la strada che ho fatto per trovarli. E non saprei tornare indietro.

 
 
 

martedì 3 marzo 2015

dalla lettera






















"Caro Gianrico, stiamo abbastanza bene.  A volte ci sentiamo come una confraternita. Ci aiutiamo vicendevolmente, nei momenti di difficoltà. Forse lo facciamo per colmare un vuoto. Un vuoto freddo, fatto di indifferenza, di distacco, talvolta di poca considerazione."

"Mia cara Giacomina. No. Non vedo freddo. Non vedo indifferenza. Non vedo distacco. Non vedo neppure "poca considerazione".
Penso invece, che dovete riuscire a guardare meglio.  A vedere bene, attraverso i vetri appannati dal freddo che vi circonda.
Penso che non avete un vuoto da colmare. Avete invece, un sacco pieno di buon grano. E mentre voi state a cavallo, con le vostre bisacce piene di buon seme, chi sta schiacciato per terra, dalla propria miseria, vede quei semi cadere da qualche strappo della tela.
È davvero diverso,  quello che accade. In realtà è la percezione, a volte inconsapevole, di questi esseri, della propria irrimediabile miseria. Loro urlano da sotto, minacciano, aggrediscono la vostra cavalcatura, azzannandovi talvolta alle caviglie, nel tentativo di farvi cadere.  Eppure, se ci pensi, tutto continua, irrimediabilmente, a dimostrare quanto essi siano lombrichi, su questa terra fertile.
Lombrichi.
Utili.
A fare humus.
Per le nostre coltivazioni dei semi che possediamo.




"Dite che vi manca.  Come può mancarvi, qualcosa che non esiste?"


venerdì 27 febbraio 2015

grimilde & biancaneve

 

Avviso a tutte le matrigne. Fate attenzione. A forza di dare mele avvelenate, prima o poi, mangerete quella sbagliata.........

 
Su quel muro abbastanza bianco e abbastanza lungo, c'era scritto "Oggi è proprio uno di quei giorni in cui vorrei perdermi. Perdermi e basta. Perdermi da solo. Forse persino senza te."
 
 
Sogni. Bellissimi. Che restano  come ombre al nostro fianco, attraversando la luce del giorno. Che attendono il sole basso  della sera. Per tornare luminosi nel buio della notte.
 

Un serpente di lanterne rosse, attaccate alle macchine, incolonnate all'ingresso della città. Proprio mentre mi viene in mente che potrei essere un grande costruttore di storie. Di storie che piacciono a tutti. Capace d'inventarne una che piace ai teneri di cuore,  perché possano palpitare per quelle due fiamme gemelle, che si amano, come loro stessi avrebbero voluto amare. Che piace agli invidiosi, perché possano riversare il loro acre sentimento, su quelle due anime, felici della loro passione. Che piace a chi vive di inganni e falsità, perché riuscira' a passare giornate intere, a immaginare e inventare tutto quello che non si vede. Che piace a chi è vivo, perché la notte riesce a sognare tutto quello che sarà domani. 
 

Come  nella fiaba di Jack, ho trovato i semi magici. Quella pianta cresciuta così velocemente, fino a portarmi così in alto. Un luogo sconosciuto. Mai neppure immaginato. Forse sognato. Oppure altre volte vissuto. Mi sono ritrovato finalmente dove il pensiero sfida il sentimento, nel correre più veloce. Dove anima e cuore continuamente si inseguono, arrivando sempre al medesimo luogo, nel medesimo istante.  Ancora oggi, non ti so dire in quale preciso momento, tutto sia accaduto. So soltanto che la paura insensata di tempeste che non c'erano, arrivo' così rapida, da non lasciare il tempo di un respiro. Mi portò giù,  lungo i  rami scivolosi, fin sotto le radici magiche.  A lasciarmi riemergere sporco e sudicio di terra, come Alice alla fine del sogno.  Con in mano, l'unica cosa che mi era rimasta, dentro una tasca sgualcita. Come un uovo d'oro. Lo stesso che custodisco ancora oggi. E che ogni giorno, nella solitudine della sera, prendo tra le mie mani. Lo stesso che consumo, strofinandolo ogni giorno, mentre lo lucido per i miei occhi. Trovando per lui, ogni giorno, un nome diverso. Sempre lo stesso.



"Non importa, se non ho stravolto le nostre vite."

sabato 7 febbraio 2015

chiuso per inventario



Stavolta, troverete tutto alla rinfusa, quasi senza senso. 
Meglio di niente. Sguazzate tranquilli nelle acque basse.




Incontrarsi,  nel luogo dove i pensieri si incontrano. 
Dove si danno appuntamento, senza neppure bisogno di dirsi il posto e l'ora.




















Pensieri & parole (opere & omissioni)


Una perla di saggezza:   
"Ricordatevi che non si ingrassa da natale a capodanno, ma da capodanno a natale" (featuring Martino)


Due regole del wellness: 
1) Fate attività fisica. Molta. Moltissima. Anche durante il giorno. 
2) Sognate. Vi prego. Sognate molto. Moltissimo. Anche di giorno.


Viaggiare seguendo il movimento del sole, verso la linea dell'orizzonte. Senza capire che così, sarà sempre notte. Senza un'alba. Senza una destinazione. Senza destino.
Per fortuna, non siamo mai abbastanza veloci. E la luce arriva, a illuminare le strade di pianura. Perché se non c'è destino, ci sarà almeno una destinazione.


Nuvole così basse da sembrare montagne, o montagne così alte, da confondersi con le nuvole. Dipende da dove ti trovi.


La vita ha la forma rotonda di una curva sulla strada, all'uscita dalla città. Sarà pure un'illusione, ma è bello vedere che il mondo gira intorno alla tua auto.


Chissà se la Legge della Sincronicità di C.G. Jung, si applica anche ai tergicristalli, che vanno al ritmo di Giorgia. (Solo uno fra tanti)




Dovendo scegliere, tra la poesia delle emozioni e la prosa della realtà, tirate pure la moneta.
Poi riponetela in tasca, senza neppure guardare se sia testa o croce. 
E tirate dritti. Tranquillamente.


Cervelli in fuga. Non sempre vanno all'estero. Il mio, ad esempio, cerca solo un posto dove non essere trovato.


Capisco chi vuole sparire. Non del tutto. Non per sempre. Solo in parte. Solo per un po'. Solo metà. Di uno.




Chissà cosa accade quando il giorno inizia, mentre dall'altra parte del mondo,  ti trovi al centro esatto della notte.  Chissà se i pensieri da svegli, attraversano tutti quei meridiani, come se niente fosse.  Chissà se parlano la stessa lingua dei sogni e ci arrivano dentro, direttamente. E chissà se tutte quelle linee che attraversano lo spazio e il tempo, si chiamano Paralleli,  per tenere vicini i pensieri, le persone, le vite. Senza allontanarsi.






Dicono che la cometa sia lì. Ma io non la trovo.  Non la vedo. Eppure dicono sia vicinissima. Solo un milione di chilometri. Lo so: mi sfiorerà. Esattamente come te.  Ma io non la trovo. Non la vedo.









Auguri di buon natale ("del Natale non si butta via niente").

Un miraggio è fatto così. Rovescio il mondo e mi ritrovo  con le nuvole sotto i miei piedi, a fare finta che sia neve. E sopra di me, i tetti delle case. Con i comignoli da cui cade di tutto. Fuliggine, carboni ardenti, griglie e spiedi. Vecchietti magri, bambini curiosi. E poi sveglie, angioletti di porcellana, ghirlande luccicanti, lumini con le facce paffute di Santa Klaus.
Quel mondo rovesciato, mi fa pensare alle storie Argentine, dove nevica a Ferragosto, mentre a Natale si va al mare.  Mi fa ricordare la mia vecchia enciclopedia del come e del perché,  che spiegava come si creano i miraggi, compresi quelli sull'asfalto rovente.
Ed è così che d'improvviso, da quel pavimento nevoso fatto di nuvole, al posto dei pini e degli alberi di natale, sbucano file intere di palme. E mi ritrovo sul lungomare, come fosse Palm Beach. Non è un miracolo. È un miraggio. Di Natale.







Vorrei dirtelo. Perché  non so disegnare ciò' che non ha forma.



Ciao.  Come va?  Possibile che non trovi  tempo per me?  Firmato: la tua vita.





(Chiamami.  Senza usare alcun telefono)




martedì 16 dicembre 2014

sempre colle








Sempre in ritardo fu,
quell'ermo colle









 
[17:23]
Capita sempre. Ti infili nella pioggia, lungo la strada. E quella strana macchina si mette in moto, silenziosa. Riavvolge il tempo. E ti ritrovi come una liceale, a premere invio.
 
[08:16]
Oggi grammatica. Le cose che pensiamo. Le cose che diciamo. Non sono quasi mai quelle che facciamo. Per questo esiste il futuro. Semplice ("farò") o complicato ("vorrei fare"). Oggi scegliete una cosa che pensate o dite. E fatela.
 
[17:07]
Ci sono gesti preparati, quasi premeditati. Di cui studiamo ogni piccolo dettaglio. Di cui immaginiamo il gusto, mentre aspettiamo che si realizzino. Poi, ci sono altri gesti, che semplicemente accadono. Naturali e confidenti, come un abbraccio morbido sui fianchi. Sono gesti mai cercati. Eppure conosciuti da sempre. Che assaporiamo indefinitamente.  Come il color pastello del cielo di dicembre.
 
[20:04]
Abito in un luogo,  dove nessun amico passa all'improvviso, per restare a cena. Dove non capita quasi mai di raccontare la storia di una bottiglia da stappare. Dove non fai tardi, perché l'aperitivo era imprevisto. Dove il citofono non ti parla con la voce  di qualcuno, che si è ricordato di te, davanti al tuo portone. Dove anche se vai nella direzione contraria, nessun volto ti conosce più. Dove la domenica non c'è il caffè con il vassoio, dopo Messa.
 
[08:28]
Esprimi un desiderio. Forse non si avvera. Ma è così bello, mentre lo immagini. Da sembrarti vero.
 
[08:51]
"alla tua età, ancora così romantico?" Esistere è una questione  di spazio-tempo. Io preferisco lo spazio. E fregarmene del tempo.
 
[21:46]
"Non siete voi che state in mezzo ai tavoli. È la pizzeria che è piena di gente grassa....."

[10:08]
È colpa mia. Se al liceo, non avessi avuto 2 in francese, oggi non sarei qui. Costretto a stare in un luogo dove ogni schifezza ha un nome in italiano. Così da poterla capire.
 
[20:42]
Ora che ha smesso di piovere, posso andare più piano. Lento, come i tuoi passi, ritrovati in una canzone consumata.

sabato 13 dicembre 2014

domenica 7 dicembre 2014

buone giornate e buone serate

 
 


 


















Ci sono storie che non puoi svelare a chi le ha vissute. E che non vuoi raccontare a tutti gli altri.
 
 
 
Buone Giornate
 
 
Raccontano che, durante la seconda guerra mondiale, quando gli aerei avevano difetti inspiegabili, gli aviatori davano per certo che il guasto fosse opera dei "Gremlins". Piccoli esseri, animali-folletti, astuti e perfidi. Capaci di sabotare ogni parte dei velivoli, mettendo a repentaglio la vita degli equipaggi. Forse qualcuno di loro è arrivato anche dentro la carlinga delle nostre vite.  Hanno rubato il tempo, la vicinanza, la confidenza, l'intimità.   Hanno sottratto i pensieri, i progetti, le fantasie, i desideri.  Hanno divelto la voglia di dire, fare, baciare, come scassinatori provetti. Ci hanno lasciato le lettere.   Un po' per consolare della mancanza.  Un po' per acuire la sofferenza della perdita.  Perché i Gremlins sono così.  Perfidi.
(Per cui, oggi, prima di iniziare il volo, fate tutti i controlli. Poi volate tranquilli. Buona giornata.)
 
 
 
Lucia oggi aveva gli occhi luminosi, mentre ricordava il maestro Dettori. Un maestro di Nuoro, che insegnava alle scuole elementari. E come tutti i maestri, resta sempre un ricordo pressoché indelebile. Anche quando si hanno quasi sessant'anni. Ci si ricorda quasi ogni particolare, di tutte le giornate trascorse in quelli che allora, come oggi, si chiamavano "caseggiati scolastici". Anche se in realtà erano spesso delle casupole travestite da scuola. Ma il maestro Dettori insegnava in quella che, per allora, era una scuola modernissima. Con un lungo andito, su cui affacciavano tutte le porte delle classi, che erano una di fianco all'altra. Separate dai sottili muri, fatti con i mattoni delle fornaci di Pabillonis. Così,  come racconta Lucia, accadeva che l'ora del dettato era uguale per tutte le classi. Tutti gli altri insegnanti (femmine minute e diafane) se ne erano fatta una ragione. Anzi, ne avevano fatta di necessità' virtù. Perché il maestro Dettori, aveva una voce imponente, quanto la sua corporatura. E quando iniziava a dettare, quel suo vocione vibrava e rimbombava attraverso tutti gli esili muri, arrivando distintamente dalla terza alla quinta classe. Io non c'ero, ma sono convinto che anche il vicinato, a una certa ora del mattino, smettesse le faccende, per ascoltare il dettato del maestro Dettori. Tutti curiosi di sapere che fine facessero "i funghi che d'autunno, dopo le prime piogge, appaiono nelle campagne, di sotto agli alberi".
 
 
 
All'inizio del giorno, come  emigranti del Novecento,  saliamo sul piroscafo, che ci porterà a una destinazione, ogni giorno diversa.  Ogni giorno, iniziamo il viaggio, con l'ansia di chi non sa come sarà la traversata. Né come sarà il porto d'arrivo.  Appuntamento al molo sette, con il fardello pieno dei nostri generi di conforto e un po' di cibo, sperando che il mare non sia troppo mosso. Che la traversata non sia troppo lunga. E che tu sia tra i compagni di viaggio, anche se hai comprato un biglietto diverso dal mio.
Buona giornata. (Ci vediamo a bordo)
 
 
 
Oggi è la giornata ideale per un auspicio. Siate superficiali. Non puntualizzate. Non precisate. Lasciate agli altri, qualche centimetro di indefinizione, su cui passeggiare, per conoscervi meglio. Come se fosse una carta geografica dell'Africa dell'800. Con le parti lasciate in bianco, delle regioni ancora inesplorate. A cui dare un nome.  Il vostro.
 


















 



Buone serate
 

Ci dev'essere freddo, la'  fuori. Lo capisco dai vetri appannati.  E penso che sarebbe tutto più facile, se i cuori fossero di cristallo, per farci vedere subito, la temperatura dei sentimenti.
(Heart of Glass. Blondie). Buona serata.
 
 
 
Oggi non ho storie per voi. Stanno tutte rinchiuse dentro una piccola scatola di legno di balsa. Di quelle scatoline intarsiate, che Zia Vanna intagliava e assemblava, incollandole con il Vinavil. Che usava per tenerci aghi, fili, nastri, bottoni, e tutto quello che le serviva per adattare i suoi vestiti, sempre colorati e stretti in vita. A volte aggiungeva al coperchio della scatola, un panno di velluto bordo' (mi perdonerete, ma l'ho voluto scrivere proprio come lo scriveva lei, quando prendeva appunti sui cartamodelli degli abiti). In certi casi, agganciava persino un minuscolo lucchetto ottonato, occultandone la chiavetta nel centrotavola di Limoges. Un nascondiglio irraggiungibile, per un bambino com'ero io. Così, per me restava un compito impossibile, aprire quel piccolo scrigno traforato e il suo contenuto. Come allora, stasera sono troppo piccolo per raggiungere la chiavetta di ottone. E non potrò aprire la scatola delle mie storie per voi.
Buona serata.
 
 
  
Brevi di cronaca
 
Pag.1
"Il povero nonno, buonanima, è morto giovane. Ha avuto un cactus."
 
Pag.2
Le nuvole alla mia destra, hanno il colore dell'acqua sporca dentro i secchi.
 
Pag.3
Vorrei sapere da quale sito scaricare la app "migliore persona virtuale a cui confidare  i pensieri più intimi senza farli  sapere agli amici più cari". Perché su  Google Play, non c'è.......
 
Pag.4
Trasandato. Non è una barba un po' lunga. Né un viso senza trucco. Ma è uno stato d'animo. Che gli altri vedono di voi.
 
 
 
Pagina astrologica

Conosco una donna. Bellissima. Che parla in fretta, mentre ti guarda. E tu puoi scegliere se perderti tra le parole. O negli occhi

Cerco di immaginare  com'era, quando ancora non la conoscevo. Provo a predire come potra'  essere,  quando non la  riconoscero'.

Non è che non riesco a vivere senza te. Semplicemente, non sono più riuscito a immaginare la vita senza te.  Non è,  come si dice,  "se non ci fossi".  Semplicemente,  tu ci sei.

 

martedì 11 novembre 2014

giostre

 
 
 
 
Continuo a sentirmi chiedere a chi si riferisca un nome o un storia che scrivo. Continuo a  sentirmi raccontare un sacco di film, che le persone si fanno, leggendo queste righe. E io continuo a ripetere che ognuno deve saltarci su e farci un giro. Come se salisse su una giostra a Mirabilandia. Divertitevi. Oggi ho scelto un sacco di materia prima, raccolta nei miei viaggi di andata e ritorno. Un sacco di giostre su cui potete girare. Ognuno ne faccia il miglior uso. Magari, ritrovando o riconoscendo se stesso.
 
 

Halloween/uno
Per caso, sapete se ad Halloween, a mezzanotte, le zucche ridiventano carrozze? Perché, nel caso, mi avanzano due topini di campagna.
 
Santi/uno
È scontato che oggi si pensi a tutti quei Santi, che ci seguono, ci guardano, ci danno una mano. E a volte ci danno un piede, per farci lo sgambetto, facendoci cadere, nel posto giusto, al momento giusto.
 
Santi/due
Vi posso dire come li immagino, oggi?  Come in un grande palazzetto dello  sport. Giocatori usciti dal campo. Seduti su una panchina ai lati del parquet.  Che seguono la mia partita e quella di tutti gli altri, ancora in gioco. Compagni giovani e vecchi, alcuni usciti per stanchezza, altri per un fallo subito, o per somma di ammonizioni. A volte sono così concentrato, che non mi accorgo di loro. Ma quando riesco a fare un piccolo time-out, li posso vedere, mentre fanno il tifo per me, mi incoraggiano, consigliano, soffrono e gioiscono. Sono sicuro che, a volte, vorrebbero persino essere  di nuovo in campo. Sono convinto che qualcuno, a volte, riesca persino a portarsi sulla linea, riuscendo a farsi sentire.  E alla fine, l'unica cosa che mi viene in mente, è una frase da film americano. Io gioco. Anche per voi.
 
 


 
 
Se l'appartenenza a uno Stato, si potesse scegliere come il centro commerciale, e se fosse per me, oggi Market Repubblica Italia, chiuderebbe per fallimento. Per mancanza di clienti.
 
 
 
 
 
 

Montagne russe
Ci sono bellezze, che stanno accovacciate. Le braccia annodate alle ginocchia.    E tu senti che non puoi fare altro. Ti pieghi verso di loro, così in basso da poter vedere quel viso già conosciuto. Per riconoscere quella smorfia lieve  di dolore, che muta in speranza a forma di sorriso.

 
Rollercoaster
Vorrei allargare queste giornate sempre più corte. Come si fa con un vecchio pigiama troppo stretto. Cercando di sgualcirlo, per rendere i sogni più confortevoli. Buona serata.

 
Casa degli specchi
Uno sciamano. Ecco, oggi potrei incontrarlo. Sedermi sulla terra, di fronte a lui, circondati dalla pioggia e dalle nuvole nere. A sentirmi leggere il futuro, sui sassolini di quarzo del Sinis. O più semplicemente, guardando il cielo grigio e fertile di novembre.

 
Casa degli orrori
Negli inverni della vita,  accade che cerchiamo  sentimenti che ci scaldino il cuore. Così come si cerca il calore di un corpo, in un letto ancora freddo. Vi consiglio di tirare fuori un piede per volta, e sbucare fuori dalle coltri. Un po' di freddo vi farà bene.

 
Tiro a segno
[19:52 06/11/2014] WhatsApp introduce la doppia spunta blu: il messaggio è stato letto.
[19:53 06/11/2014] WhatsApp introduce la doppia spunta verde: il messaggio vorrei che l'avesse letto e invece manco di striscio.
[19:55 06/11/2014] WhatsApp introduce la doppia spunta rosso: il messaggio sperava che fosse di un altro e invece era il solito appiccicoso.
[19:58 06/11/2014] WhatsApp introduce la doppia spunta giallo: il messaggio è
stato letto dal figlio sedicenne che ora potrà avere il motoguzzi regalo della mamma.
[20:01 06/11/2014] WhatsApp introduce la doppia spunta arancio: il messaggio è talmente contorto  che sembra scritto da Denti. Riprova l'invio.

 
Autoscontro
Qualcuno ci ha rubato il bene più prezioso. Ci ha  rubato il  tempo per parlare. Non ci siamo accorti quando lo ha fatto. Forse di notte, come i ladri.È cosi che le giornate rimpiccioliscono, accartocciate  ed io, non ritrovo lo spazio lento di certi pomeriggi  d'autunno.





















Ruota panoramica
Certe scelte che faccio, mi sembrano lettere che scrivo e imbusto. E poi spedisco  a me stesso. Poi sto li', e magari, spero che non arrivino mai al mio indirizzo, scritto sulla busta. Spero che magari si perdano, durante il trasporto. Che finiscano in un altro continente, per l'omonimia delle città. Che il postino sbagli nel consegnarla, o almeno, che cada in bicicletta, subendo un trauma cranico, che gli faccia dimenticare il motivo per cui stava di fronte a casa mia. Posso immaginare ogni cosa, che impedisca alle mie lettere, di arrivare a destinazione. Eppure so che, facilmente, non sarà così. La lettera arriverà alla sua destinazione. Come certe scelte. Siatene certi. O forse no.
 
 
 
 
(Il mio amore. Non ha un nome. A volte credo non abbia neppure un luogo in cui possa riposare. Forse non è neppure ciò che sembra.)