mercoledì 25 gennaio 2012

i conti di erre

Oggi facevo un po' di conti. Sono quel genere di conti che "non ti tornano mai". Forse perchè preferiamo non vedere il risultato dell'operazione. E forse perchè, a differenza della matematica tradizionale, in questi conti, non sai mai che tipo di operazione stai facendo. Conosci i numeri che usi, ma non sai se stai sommando, sottraendo, dividendo o moltiplicando. Niente di niente. Devi fare come nei quiz televisivi, quando non sai la risposta: ti butti.  Ti devi buttare.   Ti dovresti buttare.
E mi viene in mente l'Ikea.   Io non sono mai stato dentro un negozio dell'Ikea. Mia cognata me ne parla sempre. Ogni tanto avanza anche un embrione di proposta indecente: "perchè non ci organizziamo e andiamo tutti all'Ikea?" Lo fa, come la mia vecchia zia, che ogni tanto, propone un viaggio assieme, per andare a trovare i cugini emigrati in germania dal 1965, che non vede dal ferragosto del 1979.
"Ma davvero, per andare a vedere un centro commerciale, saresti capace di caricare figli e masserizie in macchina? Arrivare al porto di Olbia, farti la nottata in cuccetta con il rumore dei motori, che ti fa sognare di essere in fuga, sul treno a vapore inseguito dai banditi?"
Mi dispiace. Avrò sicuramente qualche altra occasione, per acquistare i cuscini per divano a 99 centesimi.
L'ikea mi è venuta in mente, pensando a cosa accadrebbe, se ci fosse un mobiletto da montare e non avessi uno di quei foglietti che, per quanto incomprensibili, mi danno un'idea di "cosa" sto cercando di montare (sul "come", ho rinunciato già da tempo:  da quando ero studente universitario e per completare un armadio a due ante, ho impiegato tre stagioni della mia gioventù).
Ecco.  I "conti che non tornano", sono più o meno così.
E così, come dicevo all'inizio, preferisci non finire il conto, perchè hai paura che il risultato non sia quello che vorresti.  Quello che, pure se non l'hai espresso, non sia quello che desideri.  E ti prendi un vantaggio, anche sul Destino: neppure lui saprà mai se ti abbia fatto lo sgambetto, o un regalo bellissimo e inaspettato.
Insomma, oggi non andrò all'ikea. Preferirei andare da un'altra parte, ma alla fine, so che starò qui. Fermo, immobile, a sbagliare tutto, per conto mio.
Ah! Se vi interessa, l'ultima volta, che ho visto uno di questi conti,  ho scoperto che non trovavo il risultato di 165x55=9075.

lunedì 23 gennaio 2012

angeli d'inverno


C'è un angelo.   Che sta sempre con me.
Ogni tanto ne vedo l'ombra.
Mentre passeggio per un viale freddo e nebbioso,
sotto le luci gialle.
Ma lui è peggio di me, anzi, è come me.
Si nasconde agli occhi di chi vuole bene.
Fugge invisibile, dallo sguardo
che lo vorrebbe stringere a sè.
Sa che lo immagino diverso.
Ma non sa che lo ritrovo in un viso
d'angelo, disegnato in un foglio d'ottobre.

("Delirava stento" "Qua specchiava"  di Ada Negri)

lunedì 16 gennaio 2012

cartelli

Credo che, se le ferrovie volessero iniziare a risparmiare davvero, secondo me ,dovrebbero spostare alcune tratte ferroviarie. I treni non dovrebbero più passare in certe stazioni.  Ad esempio, basterebbe non passare a Casalpusterlengo, e già si potrebbe risparmiare sui tre cartelli che in ogni stazione, ci fanno sapere dove ci troviamo. L'altro giorno, mentre il treno si fermava e io iniziavo appena a leggere il nome della stazione, il convoglio era già ripartito. Di norma, i cartelli (quelli rettangolari, azzurri, con la scritta bianca) sono larghi circa un paio di metri. Quello di Casalpusterlengo, sembrava lungo come la salsiccia fatta a buddusò per partecipare al guinnes dei primati. Insomma, un consumo inaudito di alluminio. E non si può neppure pensare di abbreviarlo. Non è come scrivere S.Teresa Gallura, anzichè S-a-n-t--a T-e-r-e-s-a di G-a-l-l-u-r-a.  Mica si può scrivere "Casal P.", oppure "C.Puster.", "C.P.Lengo" o ancora "Casal.go", come si fa nelle lettere, dove Illustrissimo, diventa un improbabile Ill.mo (che cosa ci si risparmi, poi, fatemelo sapere).  Tantomeno, si può fare come in alcuni paesi dalle parti di Sebastiano Satta, dove le abbreviazioni dei nomi delle località, sono piuttosto decise. "OSSANA" diventa "O**AN*",  "OROPELLI" diventa "OR*PE**I",  "SINISCOPA" diventa "S**IS**P*", e così via.  Dov'è il risparmio, mi chiederete?  Non sulla lunghezza del cartello, certamente.   Ma pensate a quanto alluminio in meno c'è nei cartelli, con tutti quei   (asterisco)buchi......

giovedì 12 gennaio 2012

giustizia divina

Ci sono giornate in cui non mi voglio troppo annoiare. Se poi devo parlare di argomenti potenzialmente noiosi, la cosa diventa improponibile, per il mio carattere. Allora, sfodero il mio repertorio di "storie" (se andate a cercare nelle note precedenti, troverete un'altra citazione). Talvolta sono storie vere che sembrano inventate, altre volte sono storie  talmente inventate, che somigliano perfettamente a quelle che ognuno di noi ha vissuto.  Sono delle pause leggere, che mi consentono di non dormire in piedi e di non fare russare troppo fragorosamente, gli uditori.  Certi argomenti, in effetti, non sono il massimo. Provate a pensare, se vi capita un argomento come "ergonomia e movimentazione manuale dei carichi, nell'eziologia della lombosciatalgia". Praticamente siete morti. Peggio della pozione di Frate Lorenzo, che fece adddormentare Giulietta. Così, quando mi è capitato, ho tirato fuori una delle figure che più mi ricordano l'adolescenza paesana. Tutti ricordano ancora i bar delle piazze di paese. Quelli con le sedie di metallo cromato e braccioli e sedute intrecciati con un tubicino di plastica sottile, di colori fluorescenti. E tutti ricordano l'occupante abituale di quelle sedie. Il belloccio del paese. Capello fluente. Fisico prestante. Abile calciatore. Capo cannoniere del torneo bar. Percentuale di occupazione della suddetta sedia e del suddetto bar, di entità inversamente proporzionale alla sua presenza, presso il locale sportello dell'ufficio di collocamento. Per non parlare della postura inconfondibile. Seduto di sghembo, in modo da poter mollemente posare il retro del ginocchio, su uno dei braccioli, facendo così penzolare l'anca all'esterno del lato della sedia. E come non ricordare, al passaggio dell'amico, del conoscente, o del semplice paesano, l'altrettanto molle alzata di braccio, controlaterale alla gamba, per un benevolo e affettuoso saluto.  Un cenno, quasi misericordioso, per chi, della vita, vedeva solo le fatiche e le quotidiane sofferenze. Un vero filosofo, del vero otium originario. E poi... c'era lei. La bella, alta, candida, profumata, misteriosa, affascinante, ricca, benestante, figlia unica. Il miglior partito del paese. Nei desideri, confessati o meno, di ogni giovanotto del paese. Lei passava gli anni dell'adolescenza e dei primi rossori della gioventù, a catalogare, selezionare, scegliere. Le amiche. Il primo amorino delle scuole medie. Il primo tentativo di legame impegnato. Poi, come sempre, dalle mie parti, arrivava il carnevale. E con la quaresima iniziavano le voci sommesse. E quelle voci diventavano suono di campane pasquali, nell'annunciare il fidanzamento dell'anno (si, proprio quello di cui tutti possono parlare). Lui. Si, proprio lui. Dino. Gino. Lino. Tino. Pino. Mai che avessero nomi lunghi da imbranato. E noi imbranati, a chiederci perchè non ci sia una giustizia divina, che impedisce queste ingiustizie cosmiche, che danno tutto a chi ha già tutto.  Fidanzamento in piena regola. Matrimonio in piena regola. A denti stretti, forse. Con lussuosa dote, comprendente corredi multipli, tegami delle zie, magione del nonno, mobilio dei bisnonni. E naturalmente, cerimonia sfarzosa, rigorosamente a spese della sposa. Ora,  vi chiederete, cosa mai possa c'entrare tutto questo con il titolo della premessa?   Ecco...vedete?  Arrivato e passato il giorno del matrimonio. Arrivata e passata la prima notte di nozze. Arriva il mattino del primo giorno di vita coniugale. Ed è in quel preciso momento che la mite, quasi arrendevole sposina, mostra il suo vero, dolcissimo carattere. "Tesoro. Questo comò della mia bisnonna....io credo che starebbe d'incanto, se fosse messo sulla parete di fronte alla finestra, e non sotto". "Vedi? Basterebbe spostarlo sull'altra parete". Così il nostro ex-scapolo-d'oro, non può tirarsi indietro, di fronte alla prima richiesta di dimostrazione di mascolinità, che lo renderà degno capo-famiglia. E così inizia l'opera di spostamento. Ed è in quel preciso istante, che accade l'inaspettato. Vorrei che poteste vedere le facce dei miei uditori, quando, a questo punto del racconto, attendo qualche istante in silenzio, e poi pronuncio  la mia frase ad effetto. "...Perchè  c'è una Giustizia Divina. Che si manifesta sotto forma di lombalgia acuta da sforzo. Quella che si chiama da tempi lontani, colpo della strega". Mi piacerebbe davvero farvi vedere le loro facce soddisfatte, per un mal di schiena che li ricompensa, come una piccola rivincita.

martedì 3 gennaio 2012

adelina e guendalina (l'origine)

In realtà, quando ho deciso di scrivere queste righe, da mettere nel blog, avevo l'idea di chiamare il tutto, proprio con questo titolo: "adelina e guendalina". Come ho scritto il 15 novembre, volevo iniziare proprio da questa prima teoria. E questa teoria inizia a Stintino.
Se, come capita a me in questo periodo, vi trovate a lavorare e vivere, in un posto fuori dalla Sardegna, il primo argomento di cultura e società, che vi toccherà affrontare, riguarderà quasi certamente, le meraviglie turistiche dell'isola. Purtroppo, avrete da subito un ruolo ingrato. Disintegrare la granitica certezza di alcuni, circa le dimensioni dell'isola di Sardegna, discretamente superiori a quelle di un  tipico atollo tropicale. Poi dovrete affrontare le facce stupite (perchè non ho idea di come sia un'espressione...basita) di chi vi sente bestemmiare: "io non so nuotare". Riuscirete a estorcere una mite condanna, con pietà collaterale, solo se avrete il coraggio e l'ardimento di precisare che siete nati in un posto equidistante da qualunque specchio acqueo marino.   In effetti io sono nato in un posto talmente lontano dalle spiagge, che per avere il mal di mare, non serviva andare in traghetto, ma bastava il viaggio in auto per raggiungere il porto d'imbarco.  Se tutto procede come previsto, in capo a una mezzora, vi troverete a spiegare che Stintino è un borgo caratteristico. Che la spiaggia della Pelosa è indubbiamente bellissima, e soprattutto che, tolta l'erosione dell'arenile, tolta la concessione demaniale zeppa di ombrelloni e sdraio, tolta la valanga umana che la occupa dalle 7 alle 7, conviene cambiare spiaggia. Anzi, bisogna decisamente cambiare orizzonte. Se avete un amico indipendentista, della Repubblica di Malu Entu, vi consiglierà, quasi sicuramente, la spiaggia di Mandriola, fronte edicola e bar (all-inclusive), dove l'acqua non ha nulla da invidiare alla cugina blasonata del capo di sopra.  Per gli altri, meno irriducibili, basterà fermarsi un pò prima del paese di Stintino, girando al piccolo bivio che porta  l'indicazione di "Pazzona".
Ecco. Ci sono arrivato. E' proprio dalla spiaggia di Pazzona, a Stintino, che parte la storia della teoria di Adelina e Guendalina, anche se in realtà ha origini più lontane.
In effetti la spiaggia di Pazzona, ha consentito quella che, tecnicamente, si potrebbe chiamare, la conferma sperimentale, dopo una prima fase di teorizzazione, e un successivo primo esperimento nelle spiagge di Scivu e di Putzu Idu.
Quando deciderete anche voi, che è arrivato il momento di dedicarvi alle scienze sociali, anzichè perdere tempo con la Nintendo-wii, provate a mettervi comodi e seguire, ad esempio in una spiaggia di  ombrelloni, le famigliole in arrivo. Prendete la mira, e individuate le mamme che operano sullo scenario di guerra di un normale arenile estivo. Poi, iniziate l'esperimento. Fateci caso. Ammirate la leggera soavità delle mamme che hanno solo figlie femmine (almeno 2), la loro grazia, il loro sguardo luminoso, dolce, premuroso, pieno di una gioia di vivere e di orgoglio, che non hanno pari. Sono mamme che quando devono richiamare la loro prole (femminile), usano solo vezzeggiativi, un tono di voce carezzevole, suadente: "... Adelinah...! .... Guendalinah...! ... suvviah... venite a bere qualcosah?" (la "h" finale, serve a darvi l'idea, impossibile per iscritto, dell'anelito amoroso che trasmettono nel richiamare le piccole).  A questo punto, vi occorre procedere alla seconda fase dell'esperimento. Individuate le mamme che hanno solo figli maschi (almeno 2). E' difficile descrivere quello che potrete vedere e sentire. Sono mamme provate da un'esperienza che tempra il carattere, che produce una sorta di mutazione genetica, senza interessare il dna. Ho pensato a lungo a come rendere per iscritto quello che a voce è più facile, ma se avete visto  qualche volta dei film, tipo "Platoon" o "Full metal jakets" capirete se vi dico che esse non sono più vere mamme, ma la trasformazione in sergenti dei marines. "U-g-o-o!!!!!....M-a-s-s-i-m-i-l-i-a-n-o-o-o!!!!!" - "fuori dall'acqua!! o vengo io a tirarvi fuori usando le vostre orecchieeeeeee!!!".     Forse non sarete d'accordo.  Devo ammettere che solo una volta ho avuto un dubbio, circa questa mia classificazione. E' stato nella spiaggia di Tancau, dove una mamma, stremata dalla mancanza di disciplina della figlioletta, dovette fare uso dell'ultima risorsa, dell'arma finale.   "Federica!!!  Se non la smetti, ti lego all'ombrellone con la tua treccia e non ti sciolgo fino al tramonto!". Ma era figlia unica.

mercoledì 14 dicembre 2011

spiagge


Siamo come ci vedono gli altri. Coraggiosi o nervosi. Sfrontati o prevedibili. I soliti o gli insoliti. Prima che dimentichiate l'estate, vi regalo uno scatto e nessun commento.

sabato 26 novembre 2011

il conte brizzi (due)

Qualcuno, a baunei, conserva ancora le foto con il famoso peppino meloni e il suo "fantino", perriccu dettori.
Meloni, però, nei 1909, non allevava cavalli, ma struzzi (ho resistito alla tentazione di scrivere "tacchini", perchè ho sempre un lapsus).Però quella era davvero un'altra storia.
Quella che invece ho conosciuto, in un settembre di dieci anni fà, è una storia del tutto diversa (cfr brizzi-uno).
Il conte brizzi, è milanese. Famiglia di banchieri.  Ricchi, facoltosi, potenti, ...e milanesi.  Una famiglia bene e soprattutto, in vista, nei primi anni venti.
Il giovane brizzi e la gentile consorte, hanno però uno stile di vita, che alla famiglia,  non appare del tutto morigerato. Il risultato è che, alla fine, il conte viene diseredato. O meglio, esiliato.   Esiliato nel posto più isolato....del posto più isolato...dell'isola più isolata: sardegna-baunei-santa maria navarrese.
Quello che accade al giovane brizzi, da quel momento in poi, è una storia fatta di frammenti e ricordi. Come piccole foto scolorite dal tempo. Si rivede il conte che arriva  alla messa della domenica, nella chiesa di santa maria navarrese. Seguito dalla servitù che si preoccupa di levare i coprighette, evitando che le scarpe si sporchino di fango, per poi rimetterli premurosamente all'uscita della funzione religiosa. Oppure si immagina cosa possono avere pensato i nostri vecchi sardi, nel vedere quel continentale, salire su un calesse, trainato da struzzi, per andare fino a cagliari, dalla barberia di fiducia. Rivedo la baldanza della compagnia di caccia, nell'essere ritratti assieme al Signor Beretta, con i suoi magnifici fucili.
Era davvero un esilio dorato. Era davvero un esilio. Definitivo. Senza revoca.
Il conte brizzi muore in quel borgo, che lo aveva accolto. Senza ostilità. Senza calore. Ma non rinuncia al suo stile. Nè da vivo, nè da morto. I vecchi, ancora oggi, giurano che davvero, sulla lapide, ci fosse scritto: "vissi riposando, per non morire stanco".
Solo molti anni dopo, sarà riportato nel territorio natio.  Della tomba e della lapide, non resta che il racconto di qualche cacciatore di baunei. Di quella che fu la casa padronale e le strutture dell'azienda, pochi ruderi, irriconoscibili, da demolire, per farci sopra un  residence. Restano alcune piante esotiche e delle palme altissime. Mi  piace pensare che nelle poche giornate in cui, a santa maria gira un pò di vento, si possa sentire lo stesso suono che ascoltava il conte brizzi (la stessa sensazione che avete, se andate a cercare villa idina, sopra la collina, a ingurtosu).
Dopo tanti anni, inizio a non ricordare bene il finale.  Mi piace ricordare, o almeno immaginare, che a riportare il conte in lombardia,  sia tornata la moglie, che subito dopo la morte del consorte, aveva abbandonato la terra di navarra, assieme a tutti i ricordi.
E mi piace immaginare, che lo abbia fatto per amore. Forse.

martedì 22 novembre 2011

il conte brizzi (uno)

Ci sono posti che sono belli per il panorama. Altri per le storie che si raccontano. Se vi parlano di santa maria navarrese, qualcuno vi racconterà del piu' buon gelato con liquore di fico d'india, del bar panoramico sopra il borgo, pieno di cagliaritani,  oppure della spianatina dal nome esotico, da prendere in mezzo agli ulivi super-secolari (la sera, rigorosamente, per sentire il rumore delle onde sulla spiaggia, se non vi hanno piazzato la musica a tutto volume).
E l'albergo navarra? Bello. E la passeggiata verso tancau? Bella. E l'ulivo "piu' vecchio d'europa" davanti alla chiesetta? Bello. E la pizzeria dove incontro il mio amico celestino? Bella. Anche la farmacia comunale. Bella anche lei.
Però la cosa più bella che vi può capitare, è di entrare in uno dei negozi della piazzetta, stretti tra un bar e l'altro, incastrati tra l'ingresso di un ristorante e la prima bancarella. Magari proprio quello dove la commessa è una giovane signora. Giovane perchè, secondo me, ha più o meno la mia età. E quindi non può che essere g-i-o-v-a-n-e. E se siete veramente fortunati, può capitarvi di trovare anche il marito, che ogni tanto scende dal paese per dare una mano agli affari. Io l'ho incontrato per caso  ("il caso non esiste, guardati kung-fu panda", dice il mio angelo), qualche anno fa, mentre mi godevo la villeggiatura.
Sono entrato assieme a un gruppo di americani ospiti dell'hotel navarra. Volevo vedere che cartoline compravano gli americani, che naturalmente, sono usciti con dozzine di foto di asinelli, rocce dell'asinello, asinelli di sughero, cartoline rigorosamente di sughero......
E' stato allora che, per la prima volta, ho sentito quella storia che spesso, ancora oggi, racconto nei corsi e nei seminari a cui partecipo, quando inizio ad annoiarmi. Purtroppo, non so raccontare barzellette spinte, e allora racconto storie che mi piacciono. 
Quella volta, ho capito subito che avrei sentito una storia di quelle che non dimentichi. Sin da quando ho visto, alla parete, una cornice di simil-legno, con dentro una foto di quelle da mostra etno-folk.  Un gruppo di cacciatori nostrani, dotati di tutto il necessario e in orgoglioso assetto venatorio. Tutti rigorosamente di aspetto ogliastrino, tranne due. Eleganti in maniera così evidente, da cancellare ogni altro elemento di interesse.
"Sono il signor beretta e il signor brizzi, anzi, ...il conte brizzi!". Fu la precisa indicazione del marito della signora giovane. Su chi fosse il "signor beretta", vista la dotazione di mirabolanti armi da fuoco e la totale assenza di salumi, l'intesa fu immediata. Ma il conte brizzi?
La mia domanda fu la parola magica, per il signor matteo chessa, che sembrava aspettasse da decenni, il mio ingresso nel negozio, per poter finalmente raccontare la sua storia prediletta, a qualcuno che ne fosse veramente degno..........

sabato 19 novembre 2011

cinema!

Ci sono cose che i bambini cittadini,  della mia età,  non hanno mai conosciuto.  Una di queste, di sicuro, è il salone parrocchiale;  quello vero, intendo.  Da noi portava il nome del santo, a cui era intitolata la chiesa; anche perchè era stato ricavato proprio dalla chiesa, murando una navata laterale. E il risultato, forse inaspettato persino per chi l'aveva progettato, non era stato malvagio: un lungo salone rettangolare, regolare, con schermo ampio e un sacco di sedie per gli spettatori.
Non vi preoccupate. Non mi sfiora neppure, l'idea di fare riferimento ad altri cinema parrocchiali illustri, del cinema italo-siculo.   Però, non c'è film, visto con il proiettore sedici millimetri di "don giovanni-battista", di cui io non ricordi qualche scena:   ercole, maciste, il cow-boy senza nome (nel senso che.... mica mi ricordo i nomi di di tutti quei rapinatori e banditi contro sceriffi!).    Ricordo persino le pause, interminabili, per allora. Quella tra il primo e il secondo tempo e, soprattutto, quelle dovute a incidenti tecnici, come la rottura della pellicola o l'interruzione dell'energia elettrica.       Ricordo ancora l'emozione per l'arrivo del secondo proiettore, con la lente per le proiezioni in  cinemascope.
E ora che ci penso, ricordo perfettamente il rumore del proiettore, che copriva l'audio del film, quando ti sedevi in ultima fila, proprio sotto la postazione.   Che non era una cabina,  ma semplicemente un soppalco sopra l'ingresso. E l'accesso era tramite una scala a pioli, che una volta ritirata, impediva l'accesso ai non addetti, senza bisogno di cartelli di divieto.
Mi fermo qui, anche perchè, tutto questo mi è venuto in mente, guardando 5 minuti dello zecchino d'oro. Perchè il ricordo piu' vivido che ho del salone parrocchiale, non è legato a un film, ma alla mia partecipazione, come "giurato", a una fantasmagorica edizione paesana, di un concorso canoro per bambini, con tanto di "mago zurlì" in carne e ossa, impersonato da un giovane maestro indigeno, con perfetta riproduzione del costume in calzamaglia.   E soprattutto, ricordo perfettamente, la cocente delusione infantile, per la contestazione sulla mia capacità di giudizio, circa la qualità delle canzoni in gara.  Insomma, maria de filippi e sanremo, non hanno inventato niente. 

giovedì 17 novembre 2011

fantasmi

Credo che capiti, piu' o meno spesso, di farsi domande più o meno utili, più o meno stupide, più o meno necessarie. Credo che in mezzo a queste domande (che si accumulano come i vecchi giochi dei figli, nelle camerette-gulag, sotto forma di stoccaggio temporaneo), io stesso mi sia chiesto come potessero essere i fantasmi; sotto che forma potessero apparirmi e semmai potessi riconoscerli, individuarli da quale caratteristica; insomma: che aspetto  avessero qualora li avessi incontrati.
Tutti questi congiuntivi si sono rivelati del tutto inutili. Quando ho incontrato un fantasma, non ho avuto dubbi. L'ho visto in questa sera di mezzo autunno, non troppo fredda, non troppo nebbiosa, non troppo triste. L'ho visto mentre cercavo di fare la solita manovra con la macchina; una manovra stupida che faccio sempre e che serve a risparmiare, si e no, 4 metri di strada, sotto gli occhi vigili di mio padre che ancora non si fida del mio modo di fare le manovre in retromarcia, controllando tutto il traffico presente e futuro.
L'ho visto dall'angolo del finestrino dietro il montante. Grigio come i muri mai finiti della casa all'angolo; con l'ombra arancione dei lampioni a risparmio energetico. Prima di vedere lui, ho visto quella cosa tozza che galleggiava sopra di lui: ho riconosciuto il vecchio colbacco che aveva portato da torino, per le giornate di freddo, che poi non c'erano mai state. Quel colbacco, non poteva essere che lui. E sotto quel colbacco ondeggiante,  c'era il fantasma.  Il fantasma di cio' che era stato. Il fantasma di cio' che è restato. I vestiti vuoti,  che un tempo erano stati riempiti da un simpatico ciccione. Scarpe invisibili che scivolano sull'asfalto senza lasciare traccia.
Credi di vederlo muovere verso di te, ma sembra restare sempre alla medesima distanza. Cammina verso di te, ma sembra che non si avvicini.
E poi, in un istante, non sei piu' fermo; non sei più sospeso nel tempo che ti ricorda ciò che sei stato. Finisci furiosamente la manovra, ti rimetti nella direzione opposta e riparti guardando dallo specchietto. Ed è in quel preciso momento che capisci che stai davvero fuggendo, non per la paura di parlare con un fantasma, ma per la tenerezza che potresti provare per quell'ombra. Per la paura fottuta che tu possa farlo soffrire, nell'affiorare dei ricordi di cio' che era stato e del pensiero di cio' che è restato. Vai via, sicuro che non avrà pensato che dentro quella macchina ci sia stato proprio tu.  
Anzi! Sicuro che lui, ....neppure l'abbia vista,  quella macchina del colore della nebbia.