giovedì 26 maggio 2022

Sere d'influenza

Le sere più insidiose 
sono quelle in cui inizi a pensare 
alle persone che non vedi da tempo. 

Quando poi ti ritrovi 
a dividerle in due categorie:
quelle che potrai ritrovare 
e quelle che sai che non potrai più rivedere.

Prometti al telecomando dell'auto 
che le cercherai.
Giuri alla serratura del portone 
che le chiamerai.

E cerchi di richiudere in fretta, perché l'ansia 
vada a sbattere contro il vetro.   

mercoledì 18 maggio 2022

Frecciarossa mille

 

Frecciarossa 


Prefazione 

Certe volte vorrei che le Ferrovie dello Stato,
sui loro treni, facessero mettere una presa speciale
per ogni sedile.
Ma non di quelle che già ci sono, con cui si ricaricano
i cellulari.
Proprio un punto a cui attaccare uno spinotto 
con un cavo abbastanza lungo che,
se due persone lo desiderano, 
colleghi le loro storie.
Così che ognuno, nel tempo di un viaggio, 
possa conoscere una parte dell'altro.
Allora, certo, sarebbero viaggi bellissimi.


I
Passo primo. La curiosità.
La vanità narcisa.
Tiro fuori il mio Moleskine con la copertina nera. 
La matita invece, oggi è color arancio, per puro caso,
anzi, per un fatto del tutto accidentale.

Niente prese di corrente a fianco del mio sedile
e mi vergogno, alla mia età, 
di allungare le mani sotto il tavolino.

Misuro con ansia nascosta,
fingo indifferenza nei movimenti,
con la speranza che non veda 
i bottoni della camicia strapazzata, 
che soffrono lo strazio della mia 
pancetta.


II
Passo secondo. Tutto inutile.
Penso a ogni particolare che possa svelarmi
per quello che sono, 
o peggio, per quello che non sono.
Potrei raccontarle che l'ho conosciuta, Circe,
ma perché dovrebbe credere questo?


III
E se fosse una sfida?
Una gara sanguinaria. 
Una lotta all'ultimo sguardo non dato.
Un gioco che ho imparato da solo, 
senza nessun maestro.
Fin da piccolo, non abbassavo lo sguardo.
Semplicemente lo distoglievo.

Ecco, potrei tenere gli occhi chiusi, immobile,
a lasciarmi guardare, senza che l'altro provi remore, 
e che, anzi, possa scrostare i miei strati,
senza che nessuno si accorga.


IV
Ogni volta che viaggio in treno, di sera,
guardo il riflesso delle cabine, 
illuminate dalle luci al neon, 
sul vetro già oscurato dal tramonto.
E quasi sempre ci vedo quella tua foto
impressa sul finestrino.
I tratti del tuo viso trasparente 
che pareva perdersi fuori.
Negando a me stesso, che andasse alla ricerca di me.
Così lontano, allora.













 

























domenica 8 maggio 2022

I giorni della guerra

La mia Anima.
Non so neppure se ancora esista.
Ne percepisco il respiro
dilaniato e fatto a brandelli.

Forse, un giorno, potrò ritrovarne
il cadavere.
Come si fa con quei resti martoriati,
che qualcuno riconosce dall'esame
del DNA. 

Così, ogni mattina si ripete.
Ogni sorgere del giorno 
si ripresenta a me, spietata, 
quella sensazione che mi strazia.


venerdì 6 maggio 2022

Nero (re-edit 2015 2022)

 

(Prima pubblicazione venerdì 18 settembre 2015) (re-edit 06 maggio 2022)

nero





Qualcuno dovrebbe iniziare a dirla. Qualcuno dovrebbe iniziare a raccontarla, la storia  di  quella grande costruzione, emersa nel punto in qui sparisce la nebbia della pianura. Al confine tra i possedimenti di Lord Piercy e le paludi delle zanzare. Punto di passaggio tra le ultime chiudende del Marghine e i resti dei terreni che furono dei vescovi, sterminati dalla malaria.
Mio fratello più piccolo sostiene che a nessuno, ormai, possa interessare la storia di quella stazione ferroviaria a scartamento ridotto. Lui ritiene che non ci siano più le anime libere, disposte a sentire l'emozione di quella signora magra e alta. È convinto che ci sia in giro alcuno capace di ascoltare le sensazioni di un ragazzino
Mio fratello più piccolo crede che nessuno voglia conoscere chi sia stata e cosa sia, ora, quella donna vestita di nero.
Si, perché da noi, ogni mistero è vestito di nero. Ogni storia che si nasconde dietro a una sconosciuta, dev'essere una storia che non può avere altro colore, se non quello del lutto. Al più, talvolta, si può aggiungere il rosso vinoso del sangue dei Miserabili. Raramente quello più vivo dei nobili decaduti, delle maestrine romantiche o del generale Lutzu di Borore.
Eppure ci sarà un motivo se per lui, mio fratello più piccolo,  quella stazione a scartamento ridotto, oggi non è fatta di binari, né di vecchi vagoni di legno pitturato trenta volte di grigio. Ci sarà un insegnamento, come dice la mia maestra di San Vero, se fra tutti i suoi ricordi di ragazzino, lui racconta ancora di quella signora alta. Alta come lo sono tutte le donne, agli occhi di un dodicenne. Forte, come lo sono tutte le donne agli occhi dei cinquantenni. 
Lui, mio fratello più piccolo, di quella stazione cerca, inutilmente, l'unica cosa che sa di non trovare. Muri scoloriti e intonaci scrostati. Doppie porte scardinate e senza neppure più voglia di cigolare. Ogni cosa è ancora al suo posto. Come i soliti vecchi delle piazzette di paese. Quelli che ritrovi al solito posto, soltanto più decrepiti. Lui, mio fratello più piccolo, cerca inutilmente quel telefono, inchiodato al muro della porta del capostazione. Troppo in alto per un dodicenne.
E anche se non lo ammette, penserà che è un vero peccato non trovarlo ancora appeso. Adesso che ha l'età e l'altezza giusta, per guardare da vicino e toccare quel telefono. Nero. Come gli abiti della signora che aspettava i treni.
Scomparso anche lui, senza avere potuto far sentire la sua voce. Senza avere raccontato quella storia.













lunedì 25 aprile 2022

Cerchi nel grano

Da qualche giorno, i biscotti del mattino hanno un sapore differente.

Non è per il grano diverso, che ora arriva dal Canada, 

o per un altro tipo d'olio, che ora arriva dal Venezuela.

È il pensiero che le guerre non si perdono,

ma ci si perde, nelle guerre.

Sono pezzi di noi che, abbandonati e stracciati, vanno via, 

senza farci sapere 

se camminiamo avanti, verso qualche luogo,

o giriamo in tondo, lasciando sulla terra un cerchio,

che non è neppure nel grano.


All'alba (25 aprile)


Una mattina.

Il Male vincerà.

O, almeno

così sembrerà

a lui.


martedì 19 aprile 2022

Via Maris (Archivio 53) (2015)


(Prima pubblicazione venerdì 18 settembre 2015)

perso



È una giornata importante. Vestito bene. Pantaloni blu, maglietta rossa con scarpe abbinate. Non mi devo sporcare il vestito nuovo. Non devo giocare con la terra. Devo stare attento a non cadere.
Non sono stato bravo. Non ho mantenuto la promessa. Ma non sento le urla di mia madre, ora che sono sporco di sabbia, bagnato fradicio fin dentro i miei piccoli polmoni. Ora che sono riverso addormentato sulla spiaggia di fine estate. Perso



martedì 12 aprile 2022

Sottofondi

 È in sottofondo.

Fino da quando ti alzi al mattino presto.
Mentre controlli se i biscotti sul tavolo, abbiano anche l'olio di girasole.
Quando pensi che dovresti chiudere l'acqua che scorre inutilmente,
prima di pulire lo spazzolino.
Lo percepisci nello scorrere dell'asciugamano 
sulla pelle del viso bagnato e tiepido.
O nella ventola metallica della piccola stufa che fa sentire il suo tepore.

Lo riconosci, il rumore della Guerra, in sottofondo.
E proprio in sottofondo, pensi a quello che diceva spesso il tuo amico Paolo.
"Proprio quando ti sembra di avere toccato il fondo, tu resta in silenzio 
e ascolta. Sentirai qualcuno bussare da sotto."
Proprio dal sottofondo.

Sardegna (ich bin ein...) Archivio 53

 

(Prima pubblicazione martedì 9 aprile 2019)


cagliari (ich bin ein...)




Lo so che non è politicamente corretto e neppure elegante. Non si dovrebbero citare le tragedie per costruire un percorso che porta alla commedia, o meglio al sarcasmo, alla risata a desti stretti.
Però volevo ricordare un momento della Storia molto importante. 
Ogni volta che mettiamo un cartello con scritto "io sto con i pastori sardi", "io sono charlie", "siamo tutti parigini", in realtà stiamo solo copiando.  Con il migliore degli intenti, stiamo copiando colui che fu il primo, il padre fondatore, l'illuminato creatore dell'empatia politica. Colui che un giorno di giugno del 1963, arrivò dentro una città miseramente dilaniata in due monconi. L'avevano fatto come si fa oggi quando si vuole portare via una ragazza appena uccisa, ma si hanno solo valigie piccole. 
Una grande linea tracciata rabbiosamente attraverso i quartieri, come fatta con una matita H, che non lascia solo il segno nero, ma trafigge la carta, scavandone un solco che la taglia quasi fino a farne uscire il sangue, se la cellulosa avesse i globuli rossi.
Nessuno di noi è nato o cresciuto a Berlino, come non lo erano i milioni di persone che più di cinquant'anni fa poterono ascoltare e leggere le parole profetiche di quel presidente americano. E probabilmente nessuno avrebbe voluto viverci a Berlino, scambiando la propria tranquilla esistenza senza Muro. Solidarietà e affetto sono talvolta immateriali e convenienti, eppure importantissimi, come lo furono allora.
Ho pensato ai poveri cittadini Berlinesi dell'estate del 1963; vittime dell'arroganza, del cinismo, dell'illusoria propaganda politica. Prigionieri di un destino fatto di parole d'ordine, di nemici dall'altra parte del mare, di autarchia, che sarebbero finiti negli anni '80 con la fame di pane, di corrente elettrica e perfino di riscaldamento negli inverni del nord Europa.
Anche io potrei fare un discorso visionario, nel mio piccolo. Vorrei fermarmi nel punto in cui viale Regina Margherita si slarga per posarsi sulle gradinate che illuminano via Roma e il primo scorcio di porto. 
Pensando ai congiuntivi sbilenchi, alle subordinate inesistenti, ai verbi coniugati a sputo. Rimuovendo plastica, bellezza da vendere, pecore da selfie. Guarderei con nostalgia infinita il portone di legno e le colonne in calcestruzzo che furono l'ingresso del Cinema Due Palme, finito negli anni settanta proiettando film per adulti. 
Probabilmente riuscirei a capire l'emozione che fu di John Fitzgerald Kennedy per la città di Berlino, nel vederla sfregiata e immiserita.
E infine troverei il modo di manifestare i miei sentimenti di addolorata solidarietà, per quel muro senza mattoni, fatto di frasi sconnesse, verbi umiliati, concetti da Bitter Campari, assessori da Sambuca Molinari.
Solo allora avrei il coraggio di dirlo ai cittadini del capo di sotto: "Io sono cagliaritano".









lunedì 11 aprile 2022

Archivio 52 (estratto da "parole & cervelli")

 

(Prima pubblicazione martedì 24 marzo 2015) (estratto)

(...)

 
Custodisco tutte le parole bellissime che mi hai dato. Come faceva mia nonna, che conservava le sue medicine, dentro una scatola di latta, del lievito Bertolini. E come lei, quando sto male, apro la scatola e verso la giusta quantità di gocce, per lenire il dolore. Se fai attenzione, puoi sentire il suono delle parole che cadono nel bicchiere. Una ad una.