lunedì 3 giugno 2013

w.app (uno)















Chissà, se un giorno,
avremo modo di fare vedere a qualcuno
che non è con noi, nello stesso posto,
quello che vedono i nostri occhi.
E chissà se un giorno,
ancora piu lontano, 
avremo modo di far sentire
le nostre emozioni, a qualcuno
che non è con noi in quel momento.

lunedì 27 maggio 2013

di cristallo





 
Ho pensato che avrei scritto qualche riga, stasera. L'ho pensato mentre guardavo un regalo. Un disegno. A cui non manca niente. Un cespuglio di capelli scuri. Un fiocco rosso. Occhi, naso, bocca. Sono perfetti per un musetto gioioso. Poi vedi le braccia larghe. Pronte per un abbraccio.  Sicure che arriverà. I piedi uniti, con le scarpe a punta tonda, da cui sbucano le calzine corte con il pizzo. Sembra una piccola Mafalda. E forse lo è.  Ma preferisco pensare che sia una piccola May. Che non ha ancora smesso di abbracciare il mondo, con le sue braccia aperte.
Quel minuscolo disegno, tracciato su un post-it, mi ha fatto ricordare che esiste una malattia genetica rarissima. Viene chiamata "malattia delle ossa di cristallo". Ogni volta che ne sento parlare, immagino che le persone che ne soffrono, abbiano paura di una stretta di mano.  Persino di essere abbracciate. Paura di un abbraccio che puo' fare male, quando è troppo forte.
A volte, per avere paura di un abbraccio,  non c'è neppure bisogno di avere una malattia genetica rarissima.  Capita certamente.  Si può avere paura di un abbraccio.  Si può essere fragili, anche senza avere le ossa di cristallo.  E quando ce ne accorgiamo, restiamo fermi.  Sospesi come un abbraccio che non arriva.  Con le braccia larghe. Come un minuscolo disegno fatto su un post-it.

martedì 21 maggio 2013

il giorno del cantuccio

 
Undici chilometri di strada. Che punta dritta fino in fondo. Davanti c'è Monte Rasu. Nelle giornate di maestrale, si vede luccicare l'antenna del radar che su un qualunque computer, riesce a farvi vedere la pioggia, dovunque cada sull'isola.  Quelli che noi chiamiamo monti, in realtà, non sono altro che colline. In certi giorni, come oggi, anche le nuvole restano basse e si poggiano sulla parte alta. Come se volessero nascondere la sommità. Per farci credere e immaginare  che dietro quella coltre bianca, ci siano delle cime di montagne altissime.  Credo che,  se quelle nubi restassero un tempo sufficiente lassù, a mezzo pendio, anche le colline  stesse, potrebbero sognarlo.

lunedì 6 maggio 2013

nazca



Come le linee di Nazca.
Come le piante delle grandi città.
Ci sono oggetti e cose, talmente grandi,
che ci sfugge la loro forma.
Che riusciamo a distinguere e capire,
solo quando ce ne allontaniamo. 
Anche solo per un momento.

mercoledì 24 aprile 2013

bambini




Ci sono bambine, che vogliamo come compagne.
Ragazze, che vorremmo come amiche.
Giovani donne, che desideriamo come fidanzate.
Donne, che restano come amorì di una vita.

sabato 6 aprile 2013

quando piove a bosa

Scusate l'interruzione, ma oggi alle ore quattordici, ho potuto guardare il telegiornale regionale della Sardegna. Un utile servizio sullo stato di degrado, delle case popolari di Bosa. Muri scorticati, calcestruzzi lacerati, ringhiere mangiate dalla ruggine, infiltrazioni di acqua a ettolitri. Il giornalista e il suo operatore di ripresa, indagano, mostrano, illustrano, il desolante degrado di quelle abitazioni. Illuminano scantinati fatiscenti, appartamenti scrostati, crepe mastodontiche. Poi salgono all'ultimo piano, per mostrare l'abitazione di una signora sola ("mai stata moglie, senza mai figli, senza più voglie"?). L'intonaco dell'intero soffitto, divorato dall'acqua. La signora che riferisce dell'acqua piovana, che, senza pietà, penetra all'interno. Il giornalista è giovane, ma conosce bene il proprio mestiere. E' consapevole dell'importanza del proprio compito di denuncia sociale. E quando la povera vecchina, racconta dei rivoli d'acqua che cadono nella sua sala da pranzo, pone la domanda che vale tutto un telegiornale. "Quando piove, come fate?". Domanda lecita. Ma non certo per un Bosano (*).
 

(*) Per chi non ha mai avuto una fidanzata di Campeda, va ricordato che da secoli, la saggezza popolare, tramanda il detto: "Fai come fanno a Bosa: quando piove, ...lasciano piovere"

segnali dal futuro

E' stato solo un istante. Un piccolo, microscopico, inconsistente, attimo.  Magari, sarà capitato perchè ho portato con me il cellulare, con WhatsApp.   Sarà perchè un minuto prima, avevo ricevuto un messaggio di buongiorno. Sarà perchè gli effetti del regime dietetico di Pasqua e Pasquetta, durano fino a 24 ore. Insomma, sono sicuro che ci sarà una plausibile spiegazione, che riguarda le connessioni neuronali del nostro meraviglioso encefalo.  Però è accaduto.
Con gli anni, mi sono convinto di appartenere a pieno titolo, al segno zodiacale dei Gemelli. E per essere coerente, ho praticamente tutto doppio. Anche il beauty. Con doppio spazzolino, doppio dentifricio, doppio tubetto di crema. Persino doppia mini boccetta doccia, shampoo, balsamo, saponetta. Tutte rigorosamente trafugate dall'ultimo hotel. Devo anche confessare che, per radermi, inizio con rasoio elettrico e finisco con la classica lama.
Ecco, sono arrivato al punto. Davanti allo specchio gigante,  il mio Braun 190 ha iniziato a ronzare. Di norma, mentre lui fa il suo solito lavoro, di bravo rasoio elettrico tedesco, io non lo sto neppure a guardare. Non vedo neppure il mio viso riflesso nello specchio, mentre già mi preparo alla giornata che mi aspetta. Metto in fila tutti i problemi che mi aspettano, riuscendo anche a inventarne di nuovi e metterne qualcuno di scorta, nel caso ne mancassero. Ed è proprio in quel momento, nel non-luogo di una stanza da bagno, alle sei del mattino, che sento la vibrazione e vedo il led verde che lampeggia. Mi è arrivato un messaggio. E' solo un istante. Ma è troppo lungo, perchè io possa aspettare. La mia mano scorre e cerca di aprire l'elenco delle chat, indovinando un nome da vedere. Come quando da bambini, si girava il picciolo della mela, aspettando, senza respirare, la lettera iniziale di chi ci pensava. Ma lo schermo non risponde, anzi, non lo trovo. La lista dei desideri non appare. Solo quella minuscola luce verde che continua a palpitare. Ammetto in un istante, la sconfitta della mia intelligenza. Perchè in quell'istante, mi ricordo che i rasoi elettrici, ancora, non hanno il touch screen.  Così, salgo in macchina, cercando di capire, se quello che ancora mi fa sghignazzare, sia il primo segnale della mia condizione di dipendenza dai messaggi. Oppure sia il presagio di un futuro in cui, comparirà una scritta volatile, con un avviso, davanti allo specchio della stanza da bagno, sul rasoio elettrico, o allo sportello del forno, all'anta dell'armadio, al vetro della stufa a pellets. Magari con una voce sintetica, capace di seguirci da una stanza all'altra. Melodica, suadente, irritata. Fino a quando, stufa di non avere risposta, con tono decisamente rabbioso, potrà dire "ma che diamine, non mi rispondi al messaggio? E allora, vai al diavolo!"


"A me gli occhi, please" - "A te gli occhi"

domenica 3 marzo 2013

quarantacinque


Scusate se, stavolta, non tutti capirete.
Pur avendo fatto il liceo scientifico, ancora oggi, mi vanto di essere sempre stato pressochè insufficiente in matematica e fisica. Ma avevo sempre nove in latino.   Il che, lo ammetto, dimostra la mia incoerenza totale, anche in campo scolastico. Ho fatto ricorso alle mie scarse risorse aritmetiche, per fare un calcolo. Ventotto più diciassette: uguale quarantacinque.
Ho fatto questo calcolo, perchè ho visto una foto a colori. Ho conosciuto quel ragazzo, con la divisa da aviatore. Gli occhiali ray-ban, vezzosamente agganciati al taschino. Il capo voltato verso qualcuno o qualcosa, di lato. O forse, semplicemente ruotato verso destra, per avere il profilo migliore, nello scatto fotografico. Come fanno tutti i giovani, che indossano una divisa. Capelli con riga di lato e ciuffo coerente, mai ribelle.
La mia amica neurologa australiana, dice sempre che tutti noi, modifichiamo i ricordi, per adattarli alle nostre aspettative.  Io lo ricordo alto, magro. Scattante nel fisico, come nella parola. Battuta pronta e sorriso pericolosamente sarcastico, al bisogno. Ma sempre garbato.  Forse anche un tantino strafottente, come lo sono tutti, quando si è giovani e belli. Come il mattino in cui passò al volo, sopra il paese, accompagnato dal rombo assordante della turboelica, salutando i suoi amici a terra. 
Probabilmente, la vita, come per tutti noi, lo avrebbe migliorato. Ne avrebbe smussato gli aspetti più spigolosi del carattere. Gli avrebbe insegnato la moderazione. Con gli anni, avrebbe capito molto degli uomini. Con il tempo, sarebbe maturato. Magari l'essere malato, l'avrebbe aiutato a capire se stesso e gli altri. Il dolore di un addio, lo avrebbe aiutato a dare il giusto peso a ogni ostacolo. Seduto a un tavolino del bar, nella Piazza di Chiesa, avrebbe raccontato con calma, quasi senza emozione, dell'istante in cui tutto cambiò. Del momento in cui, ventotto più diciassette, sarebbero state solo quarantacinque notti buie. Al largo di uno scoglio, in basso a sinistra di una cartina geografica. E magari, sorridendo, avrebbe tirato fuori una delle sue musicassette, con dentro Francesco Guccini, a ricordarci che "gli eroi sono tutti giovani e belli".

sabato 23 febbraio 2013

si sappia

Lo faccio una volta l'anno. L'ultima, è stata nel luglio del 2012 ("attesa imbarco"). Avevo citato alcuni versi di Shibata Toyo, una centenaria giapponese che, a novantotto anni, ha deciso di scrivere poesie.  In questo sabato piovoso, mi sono regalato mezzora di pausa e ho inciampato in un libro di Adelphi. Una raccolta di poesie, di Rodolfo Wilcock, un ingegnere ferroviario, nato in Argentina, arrivato in Italia e persino morto e sepolto nella penisola. Quindi, vi dicevo, ho inciampato e,  inciampando, sono caduto su una piccola cosa.  Ed eccola qui, incollata poco più sotto. Il titolo è "Si sappia".  Leggetela e poi perdete un pò di tempo, a guardare fuori dalla finestra.
 
Si sappia, insomma che verso metà secolo
 la terra ebbe un sussulto e si decise
 a fare il meglio che poteva fare
 per una volta, forse per l’ultima volta.
 Chiamò a raccolta le maree oceaniche,
 i venti più famosi delle montagne,
 i metalli preziosi, i fiori rari,
 il Nilo, il Gange, il Plata e il Mississippi,
 i ghiacciai e i deserti e i pachidermi,
 e non sapendo che farsene di un tutto
 tanto imponente e tanto imbarazzante,
 chiese al primo dormiente che passava
 per il lago del sogno universale
 come vedeva lui la perfezione.
 Lo chiese a me, e così fece te.




(Oppure, a guardare Mary Poppins alla tv)

venerdì 22 febbraio 2013

mary p.


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Chiunque tu sia.
Qualunque sia la tua pena.
Lei ti circonda di un'aria d'affetto.
Fruga nella sua borsa, fino a trovare
qualcosa che ti appartiene, o ti è  appartenuto.
Te lo riconsegna. Ti dice "abbine cura, d'ora in avanti".
Altre volte, è come se ti lasciasse in consegna
la vecchia sveglia a molla di mia nonna.
E ti raccomanda le istruzioni.
Ogni volta che ti accorgerai che va indietro o avanti,
potrai cercare lei.
E lei verrà. Per indicarti l'ora esatta. Per farti vedere la giusta misura.
E se non saprai farlo, poserà le sue dita lunghe e sottili, sulle tue,
guidandole e girando, assieme a te, delicatamente,
le piccole chiavi di quel meccanismo, che, da solo, senza aiuto,
si dimentica del giusto scorrere del tempo.