giovedì 7 febbraio 2013

storie petrolchimiche due

Mauro Atzori è un ingegnere. E si resta ingegneri tutta la vita. Non so se aveta mai fatto caso: tutti i laureati  si fanno chiamare "Dottor tal-dei-tali". Gli ingegneri, no. Persino a scuola, mentre i docenti si chiamano tutti "Prof tal-dei-tali", loro sono "Ing tal-dei-tali". Scusate se vi ho tediato, con questa annotazione. Mi è venuta in mente, perchè Mauro, oggi, non fà più l'ingegnere, ma qualche anno fa, ha deciso di fare quello che si chiama "diaconato". Spero bene che non pretendiate l'esatta spiegazione di cosa sia un diacono. Perchè preferisco raccontare una storia vera, che ho conosciuto da lui, durante uno dei tanti incontri di lavoro, nel suo ufficio, pieno di foto alle pareti. Tutti mettono le foto dei familiari in ufficio. A volte sono foto di angeli e angioletti. Talvolta ci appendono anche calendari dell'Arma. Lui invece, aveva le pareti tappezzate di foto in bianco e nero. Catalizzatori, fumaioli, tubi, quadri di controllo. Come fossero gli scatti fotografici, dei nipotini alla Prima Comunione. Lavoravo con lui, per un progetto del mio Dottorato di Ricerca. E un giorno, sapendo che ero nato a Oppana, durante la pausa caffè al bar dello stabilimento, mi fece una domanda inaspettata. Fino ad allora, nessuno mi aveva mai chiesto (e per la verità, non mi ero mai posto il problema) perchè mai le ciminiere della petrolchimica di Oppana, fossero due. Era chiaro che non conoscevo la risposta alla domanda retorica. Ed era altrettanto chiaro, che non sarei uscito dal bar, senza conoscere la risposta. Perchè la storia iniziava proprio dal lavoro che Mauro e i suoi colleghi, alla fine degli anni '60, facevano negli uffici dell'Eni di Roma. Dovevano progettare un impianto chimico. Avrebbe sintetizzato prodotti chimici, che sarebbero serviti per la produzione di fibre sintetiche. Alla fine, dal centro della piana di Oppana, sulle rive del fiume Perso, sarebbero partiti vagoni e vagoni, pieni di filo, da usare per la tessitura di indumenti. Quel filo lunghissimo, sarebbe arrivato in tutto il mondo. Acrilico e poliestere avrebbero invaso persino l'estremo oriente. Certo, i treni non passavano a Oppana, perchè la ferrovia non c'era. Ma questo non era un problema. Pochi chilometri di binari, si possono fare in pochissimi mesi. Un altro gruppo si sarebbe occupato del progetto della ferrovia. Mentre un altro già si stava occupando di progettare un piccolo aeroporto. Nel frattempo era stato allestito un piccolo spiazzo per l'eliporto. Il resto sarebbe arrivato. Così, il lavoro, pure se impegnativo, fu completato nei tempi previsti: 2 anni, 4 mesi e otto sequestri di persona. Finalmente il progetto, definito in ogni sua parte, poteva essere presentato all'apposita Commissione Ministeriale, che avrebbe dato il nulla osta, per il futuro radioso della Sardegna Centrale. Ricordo ancora, quel signore alto e grosso che parlava del futuro. Reso ancora più massiccio da un cappotto scuro. Lo ricordo mentre parlava dalla scalinata della chiesa di Sant'Antonio, con un microfono su uno stelo e le trombe marca Geloso, attaccate all'unico palo dell'illuminazione pubblica, che gracchiavano la sua vociona paffuta. Lo ascoltavo e lo vedevo, tenuto sulle spalle da mio padre. Incantato dalle parole, ma soprattutto dal suo elicottero, con cui era arrivato dalla precedente tappa: Ortosolo. Non spensero neppure il motore. Pochi minuti di sfolgorante avvenire e subito, l'uomo romano del futuro, volò via.
E le ciminiere?   Non potevo credere che ci fosse un motivo, per cui le ciminiere dello stabilimento del mio paese, fossero due. Mauro conosceva ogni parte, ogni macchina dell'intero ciclo produttivo. Certe volte, dava l'impressione che conoscesse per nome, ogni singola flangia o valvola di quel sito industriale. Si erano presentati con le carte dei progetto. Disegni, planimetrie, schemi, esplosi. Tutto perfettamente rifinito e dettagliato. Tutto rigorosamente fatto a mano. Non c'erano disegni "computer-aided", nel 1968. I componenenti della Commissione apprezzarono moltissimo tutto il progetto. I dettagli tecnologici, li convinsero totalmente. Il sito si sarebbe potuto realizzare. L'unico membro del comitato, che non aveva parlato per tutta l'illustrazione della magnifiche e progressive soluzioni teconologiche, era il rappresentante del Ministro per l'Economia. Ma era normale, per uno che non era ingegnere. Cosa mai avrebbe potuto  dire o precisare, un semplice laureato in economia?. Chiedendo scusa e aspettando il permesso di poter parlare, fece una domanda, apparentemente banale, quasi stupida. Chiese cosa fosse quella sorta di camino. La ciminiera della centrale termoelettrica. Il cuore energetico di tutto l'impianto. Da lì sarebbe partito il vapore e sarebbe stata prodotta l'energia elettrica, necessaria per il funzionamento di tutto lo stabilimento. Le due società dell'Eni, si sarebbero chiamate "Chimica del Perso" e "Fibra del Perso". La prima avrebbe avuto anche la gestione della centrale termoelettrica, mentre la seconda, si sarebbe occupata solo della produzione del filo sintetico. "Cari signori. State dicendo che c'è una società privata, che produce energia elettrica, che vende tale energia a un'altra società privata?". Si. Era proprio così. In pieno regime di monopolio, un'azienda dichiarava di vendere energia elettrica, contravvenendo a una precisa legge dello Stato. E poco importava se le aziende in questione, fossero di proprietà di un Ente di stato. Nessuna autorizzazione sarebbe mai stata data, se non si risolveva quella imperdonabile distrazione degli ingegneri. E il tempo per risolvere quella distrazione imperdonabile, era, più o meno, quello occorrente per la liberazione di un ostaggio, dopo il pagamento del riscatto. Niente computer. Solo una macchina eliografica (una specie di fotocopiatrice archeologica). Fu allora, che Mauro ebbe l'unica idea realizzabile. Duplicare il progetto della centrale in toto, ciminiera compresa, ruotando il disegno di 180 gradi. Cosi, in una notte, anche la "Fibra del Perso" ebbe la sua centrale termoelettrica e non avrebbe dovuto infrangere la legge dello stato, per poter funzionare. Due centrali, invece di una. Avrebbero prodotto il doppio di energia, del tutto superflua. Sarebbero costate il doppio. Ma la legge sul monopolio elettrico, non sarebbe stata infranta. E l'autorizzazione del Ministero, arrivò. Da allora, le due ciminiere gemelle (come le torri), perfettamente simmetriche, presidiano la pianura. In ricordo del futuro radioso.

mercoledì 30 gennaio 2013

scout

Usate ciò che avete.
Anche soltanto due pezzetti di legno.
Soffiateci  delicatamente.
Ma accendete, almeno una volta, la passione.
Per quello che fate.
Per ciò che amate.
Per chi incontrate.

venerdì 25 gennaio 2013

le leggi della fisica

La vita può concedere molto. Ma non può concedere i sogni. Questo direi, se io parlassi a un mio amico, che chieda consigli.  
Dicevo spesso a mio figlio, che lui pretendeva di andare contro le leggi della fisica, quando inveiva contro il baricentro instabile, delle sue improbabili costruzioni. Forse è per questo che oggi studia, pensando che da grande, vorrà diventare uno scienziato. Magari un Fisico, che rivoluzionerà le conoscenze dell'universo. Per poter finire la sua costruzione, che non voleva stare in piedi.
E forse, anche io dovrei imparare, finalmente, da lui.

mercoledì 23 gennaio 2013

plumbeo


Ci sono giorni, che sembrano d'improvviso più corti.
Come se il buio, con le sue nuvole di piombo, li volesse divorare più in fretta.
Per non lasciarne neppure il ricordo.

martedì 15 gennaio 2013

neve e oroscopi

Stasera ho trovato dei giganteschi fiocchi di neve.  Scendevano cosi' fitti che, per la prima volta in questi anni, mi sono dovuto fermare un momento.   Non si vedeva quasi piu' nulla e la macchina scivolava di qua e di là, che era una bellezza.    Non ricordo quasi piu', come si andava sullo slittino al Bruncuspina, quando ero piccolo, ma doveva essere qualcosa del genere.   Comunque, ti dicevo, mi sono fermato in una delle piazzole, per ragionare un momento. Dapprima ho pensato che poteva essere un errore madornale: se la neve continuava a scendere, io non sarei riuscito a ripartire.  Mi immaginavo già mentre chiamavo la polizia stradale e spiegavo dove mi trovassi.   Provavo a capire il modo in cui mi avrebbero fatto ripartire o portato a casa.  Oppure a come avrei potuto passare l'intera notte, fino a quando la strada non fosse stata sgombrata, il mattino dopo. E se il riscaldamento dell'auto avesse smesso di funzionare?   Se avessi finito il poco gasolio, che avevo messo, al piccolo distributore di Lei?    Per la prima volta, ho proprio avuto un momento di panico (non tanto, per la verità; giusto un pochino; il tanto che bastava per farmi sentire il mio respiro affannoso).    Poi ho visto i fari di un camion, arrivare dal buio, e non ho esitato.  Al suo passaggio, ho rimesso la marcia e con un piccola, delicata, lieve accelerata, mi sono piazzato dietro di lui, per usarlo come apripista.   Dove andava lui, mi sono detto, sarei arrivato anche io.   Piano.  Lento.   Stritolando il mio povero volante di guida. Spegnendo anche la musica del cd.  Centellinando ogni piccolo spostamento o curvatura della carreggiata. Mandando al diavolo, chi si metteva di lato, cercando di superarmi, sperando di farmi spostare verso la parte di destra. 
Ecco.  E' andata cosi'.  Finiti i pochi chilometri di strada scivolosa.  Finita la nevicata con i fiocchi formato famiglia.  Ho ritrovato la mia solita strada.  Bagnata ma accogliente. Ho mollato la presa d'acciaio sul volante.  Ho poggiato finalmente, la schiena sul sedile.  Ho riacceso l'autoradio, con la canzone di Tiziano Ferro ("...cade la neve e io non capisco" - "ho incontrato il tuo sorriso dolce con questa neve bianca, adesso mi sconvolge" - "la neve cade e cade pure il mondo").  Mi sono assicurato che dallo specchietto non si vedesse piu' alcun riflesso bianco, che nessun mostro di neve mi seguisse.  E ho ripreso il mio viaggio verso casa.
Poi mi sono promesso che in futuro, avrei dato ascolto alle previsioni del tempo dell'IPhone. O alle previsioni del futuro di Paolo Fox. Amore, Salute, Denaro, Neve.
A Proposito: catene a bordo si, sale a terra no.
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Una giornata intera. Passata a scriverti. A parlarti. A scriverti ancora. A parlarti di nuovo



domenica 23 dicembre 2012

cane di natale

Mio zio e mia cugina, senza sapere l'uno dell'altra, mi chiedevano nei giorni scorsi,  di scrivere qualcosa del Natale.   In realtà, qualcosa di molto "mio", del Natale, l'avevo già scritto, senza preavviso.  Ma erano 4 piccole righe.   Di quelle che fanno parte del gioco di società, che è questo blog.   Un gioco in cui alcuni si possono riconoscere, da piccoli particolari.      Stasera ho fatto qualcosa di insolito.   Qualcosa che ricorda un pò, i riti d'iniziazione.    Quelli che si fanno presso certe tribù primordiali.    O per l'ingresso in certi club, associazioni clandestine, sette spiritiche, o robe simili.   Sono arrivato ai confini del mio mondo conosciuto. Sono penetrato nel territorio segnalato con il totem rosso e verde del pulcino pio (della tribù degli Auchani).   Oggi  ha un aspetto reso ancora più tetro, dagli ornamenti luminosi, che sono stati preparati.    Mi sono fermato in mezzo alla distesa di auto, spiaggiate come orche marine, quando vengono confuse dall'inquinamento dei mari.   Mi sono posteggiato-spiaggiato  in quella radura senza piante. Al centro, solo un unico grande albero di ferro.  Privo di rami, da sempre.  Anch'esso adornato dalle luci votive.   Poi ho preso respiro.   Ho chiuso gli occhi per un istante.   Ho premuto il pulsante del finestrino.   E ho atteso che quel mondo attorno, si facesse riconoscere ed entrasse nell'abitacolo.      
Uomini tristi, con il capo chino.  Calvi senza volerlo.   Arrivati in quel luogo, senza averlo mai veramente desiderato.    Escono dagli sportelli, lanciando uno sguardo intorno, quasi a controllare lo spazio che li circonda.  Come un marito a un appuntamento clandestino. Lanciano il raggio paralizzante, del telecomando immobilizzatore Fiat.   Poi prendono il cammino, tristi, capo chino, pugni in tasca.    Li posso seguire per pochi metri, prima che spariscano, tra i fili luccicanti, di finto ghiaccio bianco-azzurro.   Mi interrompe la giovane madre, che scende a fianco al mio sportello.  "Tu non sei bambina da fare uscire di casa!".  "Stai qui ferma, che ti devo controllare!".  "Fai quello che vuoi, basta che stai immobile e secca!".   E' solo un istante di distrazione.    Loro sono ancora lì.   Uomini tristi, a capo chino, che si muovono a piccoli passi.  Come appena fuori da una cella, in direzione delle docce comuni.   Quasi tutti, con giubbotti uguali, seguono donne, che sono scese un momento prima di loro. Donne che camminano con un passo che sembra lasciare orme sul cemento.  I loro compagni, seguono meticolosi,  quasi cercando di poggiare il loro piede su quell'impronta.  Sanno forse, ciò che li attende,  dentro al simulacro di vita,   nel cubo di cemento e ferro.   Molti  hanno già conosciuto quel luogo,  nei tempi passati.   Ma loro sono ancora qui.  Con un entusiasmo rassegnato. Mi ricordano così tanto, quegli altri uomini, che ho visto ieri.  Con i loro piccoli cuccioli.  Discutevano. Litigavano.  L'ultimo mi è rimasto impresso.  Camminava e si rivolgeva al cucciolo.  "Devi stare qui!".  "Te l'ho detto. Non scendere dal marciapiede!".  "Ma non capisci?".       Se il cucciolo avesse potuto rispondere, probabilmente avrebbe usato le parole, che mi sono passate in mente il quel momento.  "Come faccio a capire? Sono un cagnolino".  Anche lui triste, a capo chino.

venerdì 21 dicembre 2012

merry

Un libro da leggere.
Una matita per scrivere.
Un disco da ascoltare.
Un cuore per sentire.

giovedì 13 dicembre 2012

sudoku

Ho sentito parlare d'amore, un amico che non ne parla mai. Forse per questo, sono stato ad ascoltare, più del solito. È strano seguire l'analisi dei sentimenti, da chi in genere, parla di numeri e di logica. Però una cosa mi ha colpito. La sua idea, che tutti o quasi, alla fine, cerchiamo di catalogarli, certi nostri sentimenti. Non ammettiamo di provare emozioni o passioni, senza dare loro un nome. Senza attribuire un territorio definito. Altrimenti, lasciano andare via questi sentimenti, queste passioni, come fossero immigrati clandestini. Apolidi del nostro cuore. Ecco, il mio amico, diceva proprio questo. "Spesso noi giochiamo al Sudoku del cuore". Ci hanno detto che abbiamo a disposizione solo 9 caselle e che possiamo riempirle, usando solo i numeri dall'1 al 9. Ma quando incontriamo il numero uno-virgola-sette? Oppure due-virgola-cinque? Otto-virgola-nove? Se non riusciamo a dare un posto preciso, nei quadrati del Sudoku, a quei numeri, che pure ci appartengono, ci sentiamo in colpa. Non abbiamo un luogo di destinazione, per loro. Non esistono depositi di stoccaggio temporaneo, per certi sentimenti. Forse bisognerebbe inventare, per loro, delle comunità protette, dove farli crescere al riparo dai giocatori di Sudoku.

biro

Vedete questo scatto fotografico, così maldestro? Una delle cose, che spesso delude il mio spirito di bambino, è il non riuscire a fotografare ciò che mi capita di vedere.    Oggi, ad esempio, in un'alba pulita, senza veli, una bellissima luna a forma di culla, rivolta verso l'ultima luminosa stella.  E tra loro, quasi a tracciare una linea invisibile di armonia, un'altra piccola stella. Meno luminosa, quasi invisibile, con l'aumentare della luce del giorno. Ma così importante. Persino necessaria. Anche perché, a pensarci bene, la differenza tra una stella luminosa e una meno luccicante, è la stessa dello scrivere, usando una biro, punta fine, e una punta media. Nessuna differenza.  Conta ciò che scrivi.   Conta ciò che pensi.   Conta ciò che sei.


domenica 2 dicembre 2012

obbligo di catene

Avete presente, gli istant-book? Oggi ho deciso che scrivo un... istant-post. Non sarà granchè, come forma e stile, ma accontentatevi. Leggetelo seduti in poltrona, con il vostro pc o smartphone. Preparatevi anche il pop-corn, se preferite.
Non so se avete letto, da qualche parte, cosa succede oggi. Niente a che fare con la Profezia dei Maya. Per quella, dovete aspettare il 21 dicembre. Se viaggiate sulla Carlo Felice, oggi potete vedere un cartello, grande come una casa. "Dal Km 137 al Km 179 - obbligo di catene a bordo". Tutto ciò mi  porta a pensare tre cose (Valeria Rossi: Sole,amore,cuore). 
La prima. Dato che io viaggiavo in direzione da Sassari a Cagliari, il cartello l'ho letto al chilometro 189. Mi chiedo se l'obbligo di catene a bordo, valga solo per chi viaggia dal chilometro 137 verso il chilometro 179. Ma Se viaggio dal chilometro 179 verso il chilometro 137, l'obbligo vale lo stesso? E se vado in retromarcia?.
La seconda. In effetti, in Sardegna, nevica così poco, che probabilmente, l'Assessorato Regionale all'Ambiente, ha emesso un'ordinanza, che proibisce la rimozione, dalla carreggiata delle Strada Statale 131, della poca neve che scende dal cielo. Come accade per le spiagge. Non si può rimuovere la Poseidonia Oceanica dalle spiagge, perchè è una parte importante dell'ecosistema marino. Probabilmente, accade la stessa cosa, per la poca neve, che cade sull'altopiano di Campeda.
La terza. Il rispetto dello spirito ecologista di questa soluzione ("catene a bordo"), che peraltro, ci rende uguali alla Valle D'Aosta, impone un comportamento civico. In caso di controllo da parte degli agenti preposti, si apre il cofano per dimostrare la disponibilità delle catene suddette.  Ho proposto ad amici imprenditori, un'idea che possa alleviare i disagi degli automobilisti. Al chilometro 137 della Strada Statale 131, si predispone un piccolo chiosco, o un piccolo furgone, o un'utilitaria. Un pò come si fà per la vendita delle ciliegie di Bonnannaro, o delle angurie di Tramatza. Lo si completa di apposito cartello: "noleggio catene da cofano". Il resto, va da sè. L'automobilista interessato, si ferma, lascia una cauzione in denaro, ritira una busta contenente catene da neve, poggiandole sul sedile passeggero. Riparte e percorre tranquillamente la tratta dal Km 137 al Km 179 (ovviamente sgombra di neve, come nei 363 giorni dell'anno sardo). In caso di controllo, da parte degli agenti preposti, l'automobilista potrà elegantemente esibire il kit, dentro la custodia, dimostrandosi cittadino integerrimo e rispettoso delle norme. Arrivato al chilometro 179, l'automobilista, troverà un analogo chiosco (furgone, o utilitaria), che provvederà a ritirare la busta, contenente le ormai famigerate catene, restituendo la cauzione e trattenendo per sè un adeguato compenso (50 centesimi paiono adeguati), per il noleggio. Naturalmente, in punta di Diritto, non posso garantire  che le catene sul sedile, siano equivalenti alle "catene in cofano".  Tuttavia, mi pare indiscutibile che, le catene siano a bordo. Anzi, per risparmiare tempo nei controlli, nonchè un'inutile esposizione al rigido clima invernale, suggerisco fin d'ora, di predisporre appositi adesivi sul parabrezza. Li immagino fatti come quelli delle neo mamme. Anzichè "bebè a bordo", scriveteci "catene a bordo". Cosi saremo tutti più tranquilli.
Ps. Per evitare tutto questo disagio, vi suggerisco di transitare sulla Nuoro - Fonni - Lanusei, o sulla Mulargia - Macomer - Sindia - Bosa, dove l'obbligo, credo, non ci sia.  Probabilmente, su quelle strade, non nevica mai.  Assolutamente.  Ve lo garantisco.