domenica 2 dicembre 2012

obbligo di catene

Avete presente, gli istant-book? Oggi ho deciso che scrivo un... istant-post. Non sarà granchè, come forma e stile, ma accontentatevi. Leggetelo seduti in poltrona, con il vostro pc o smartphone. Preparatevi anche il pop-corn, se preferite.
Non so se avete letto, da qualche parte, cosa succede oggi. Niente a che fare con la Profezia dei Maya. Per quella, dovete aspettare il 21 dicembre. Se viaggiate sulla Carlo Felice, oggi potete vedere un cartello, grande come una casa. "Dal Km 137 al Km 179 - obbligo di catene a bordo". Tutto ciò mi  porta a pensare tre cose (Valeria Rossi: Sole,amore,cuore). 
La prima. Dato che io viaggiavo in direzione da Sassari a Cagliari, il cartello l'ho letto al chilometro 189. Mi chiedo se l'obbligo di catene a bordo, valga solo per chi viaggia dal chilometro 137 verso il chilometro 179. Ma Se viaggio dal chilometro 179 verso il chilometro 137, l'obbligo vale lo stesso? E se vado in retromarcia?.
La seconda. In effetti, in Sardegna, nevica così poco, che probabilmente, l'Assessorato Regionale all'Ambiente, ha emesso un'ordinanza, che proibisce la rimozione, dalla carreggiata delle Strada Statale 131, della poca neve che scende dal cielo. Come accade per le spiagge. Non si può rimuovere la Poseidonia Oceanica dalle spiagge, perchè è una parte importante dell'ecosistema marino. Probabilmente, accade la stessa cosa, per la poca neve, che cade sull'altopiano di Campeda.
La terza. Il rispetto dello spirito ecologista di questa soluzione ("catene a bordo"), che peraltro, ci rende uguali alla Valle D'Aosta, impone un comportamento civico. In caso di controllo da parte degli agenti preposti, si apre il cofano per dimostrare la disponibilità delle catene suddette.  Ho proposto ad amici imprenditori, un'idea che possa alleviare i disagi degli automobilisti. Al chilometro 137 della Strada Statale 131, si predispone un piccolo chiosco, o un piccolo furgone, o un'utilitaria. Un pò come si fà per la vendita delle ciliegie di Bonnannaro, o delle angurie di Tramatza. Lo si completa di apposito cartello: "noleggio catene da cofano". Il resto, va da sè. L'automobilista interessato, si ferma, lascia una cauzione in denaro, ritira una busta contenente catene da neve, poggiandole sul sedile passeggero. Riparte e percorre tranquillamente la tratta dal Km 137 al Km 179 (ovviamente sgombra di neve, come nei 363 giorni dell'anno sardo). In caso di controllo, da parte degli agenti preposti, l'automobilista potrà elegantemente esibire il kit, dentro la custodia, dimostrandosi cittadino integerrimo e rispettoso delle norme. Arrivato al chilometro 179, l'automobilista, troverà un analogo chiosco (furgone, o utilitaria), che provvederà a ritirare la busta, contenente le ormai famigerate catene, restituendo la cauzione e trattenendo per sè un adeguato compenso (50 centesimi paiono adeguati), per il noleggio. Naturalmente, in punta di Diritto, non posso garantire  che le catene sul sedile, siano equivalenti alle "catene in cofano".  Tuttavia, mi pare indiscutibile che, le catene siano a bordo. Anzi, per risparmiare tempo nei controlli, nonchè un'inutile esposizione al rigido clima invernale, suggerisco fin d'ora, di predisporre appositi adesivi sul parabrezza. Li immagino fatti come quelli delle neo mamme. Anzichè "bebè a bordo", scriveteci "catene a bordo". Cosi saremo tutti più tranquilli.
Ps. Per evitare tutto questo disagio, vi suggerisco di transitare sulla Nuoro - Fonni - Lanusei, o sulla Mulargia - Macomer - Sindia - Bosa, dove l'obbligo, credo, non ci sia.  Probabilmente, su quelle strade, non nevica mai.  Assolutamente.  Ve lo garantisco.

sabato 24 novembre 2012

mani a paletta

Ho conosciuto Alyna, in questa vita, quando ero ancora un bambino.   Credo di averla conosciuta quando il dottor Fernando decise di curare la mia tosse, renitente ai farmaci, con il rimedio più efficace.    Fu così che mi ritrovai il giorno dopo, dentro il palazzo delle terme, nel paesino vicino al mio. Un'ora al mattino e un'ora la sera, avrei dovuto respirare quell'aria tiepida, umidiccia e  appiccicosa.  I risultati sarebbero stati sorprendenti.  O almeno così assicurava il dottor Fernando. E io avrei finalmente finito di tossire, abbaiando come un cagnolino bagnato.   In realtà, la cosa più sorprendente della cura, fu l'incontro con quella bambina.
La prima volta,  l'avevo vista così diversa da me.   Non aveva il pallore cereo del mio viso. E neppure gli occhi cerchiati dal livido delle notti insonni,  passate a tossire, o a sputare sangue dai bronchi.  Alle terme, in genere, si attendeva il proprio turno, seduti sulle panche di legno. Quella mattina, diversamente dal solito, la sala  era quasi vuota.   Io e lei, ci eravamo ritrovati in quello stanzone silenzioso, seduti ognuno, a un'estremità del tavolone che faceva da panca.   Voltandomi verso di lei, tirai fuori  una frase che doveva sembrarmi bellissima.   "Lo sai che ho uno specchietto, che ci brucio le formiche?".     L'altra estremità della panca, ruotò il capo verso di me, strabuzzando gli occhi scuri. Le sue mani a paletta, nascosero la smorfia di femminile disprezzo.  Come un pugile provetto, tentai subito, il secondo colpo. "Che ci fai di bello, con quelle mani a paletta? Ci scavi la sabbia a Mollegrande?".   "Io non ci vado al mare di Mollegrande, ma vado a Tandriola", fu la risposta fatta passare attraverso il filtro  delle mani.    A quel punto, qualunque essere femminile normale, avrebbe abbandonato la panca e il suo sterminatore di formiche.     Quel viso color mediterraneo, invece, staccò le mani dalla bocca, facendone intravedere le labbra sottili.
"Io con le mie mani, ci sposto i mobili".
Fino ad allora, non avevo mai conosciuto bambine che spostassero mobili a mani nude. Tantomeno, con le mani a paletta.   Fu così che  nei giorni seguenti, oltre a imparare a respirare quell'aria tiepida, umidiccia e appiccicosa, imparai a conoscere quella strana  bambina, con la passione dei traslochi. Ogni giorno mi raccontava molto di sè e della sua casa. Di come ogni tanto,  sentisse la necessità di spostare i mobili della sua camera.   Dapprima quelli  più piccoli.     Poi quelli più grandi.  Era come se, ogni giorno,  la  vedessi crescere.  Mi confidava che, cambiare la disposizione della propria camera, non le bastava più.  Mi raccontava di quando aveva iniziato a spostare anche gli arredi della stanza del fratello.  Poi della cucina.  Persino della sala da pranzo.    Spostare e modificare ciò che le stava attorno, riusciva a placare quella strana sensazione, che certi giorni, sembrava occupasse tutti i suoi pensieri.   Arrivò anche a spostare la propria casa.   Andando ad abitare in un altro luogo.  Ma dopo? Cos'altro avrebbe potuto spostare?  Mentre parlava, la sua espressione cambiava, il suo viso si faceva via via, più affilato, pur mantenendone i lineamenti  morbidi, di quando l'avevo conosciuta.
Cos'altro avrebbe potuto spostare?
Aveva ancora una cosa da spostare.   I sentimenti.
Mi disse che in tutti quei giorni di cure termali,  li aveva sempre tenuti con sè.  Custoditi al riparo da ogni curiosità umana.  Contenuti in quello che lei chiamava microcosmo. Ancora oggi, me l'immagino il suo microcosmo.  Un piccolo pianeta.  Un mondo invisibile e impermeabile agli altri. Me l'immagino colorato di uno strano azzurro, cangiante, come in movimento.  Una sfera, all'apparenza di vetro, ma morbida e tenera al tatto.  Così delicata, da poterci infilare le dita, sentirne il solletico sui polpastrelli.  Me l'immagino, come tutte le cose più prezione, che per essere protette, sono sempre bene in vista.  Posato su un  mobile basso, in mezzo a tante piccole statuine di angeli, zebre e tartarughe di cristallo.  Così, mentre davanti ai miei occhi, la bambina mutava in ragazza, adolescente, giovane donna.  Io, ascoltandola, restavo bambino.   Irrimediabilmente.
Ritornò bambina solo per un istante.  Salutandomi con il suo sorriso.  Mentre attraversava il mulinello cristallino, della porta  girevole,  lanciandomi un bacio, con lo schioccare delle labbra sottili, attraverso il vetro.
Un istante, durato il tempo di tre parole:
"Abbiamo un nostro microcosmo".
"Che non è di nessun altro".
"Pieno di emozioni".
"E' bellissimo".
"Non si può!".

"L'hai nascosto?".
"Dov'è,  ora?".

"L'ho spostato".

 
Quando ci lasciavamo, non ci pareva di separarci, ma di andare ad attenderci altrove. (CesarePavese)

mercoledì 21 novembre 2012

mani

"Libero la mia mano, portandola al collo dolente,  e mi ricordo.
Porto ancora il segno.
Viene con me.
In ogni luogo. O qualunque momento, senza preavviso.
Come cicatrice benefica.   
Indelebile, eppure invisibile.
Carta geografica dei miei luoghi.   
Mappa del mio viaggio.
Disegno stampato a fondo, nell'involucro della mia anima.
Ha la forma di una mano fresca e morbida,  
poggiata sul collo rovente e ruvido.
Nata come carezza.
Perduta come un fantasma."

(inaspettata, l'ho trovata in un luogo che non cercavo, ma non vi dirò dove)


martedì 13 novembre 2012

le strade dritte

Sono andato a guardare la lista degli avvenimenti, in un anno a caso: 1962. Primo film di Zero-Zero-Sette, primo disco a 45 giri dei Beatles, primo numero di Diabolik in edicola, crisi dei missili a Cuba, morte di Marilyn, indipendenza del Burundi, Nettuno e Plutone si allineano. Mi sono venute le vertigini e ho smesso di leggere. Questi calendari sono come le enciclopedie mediche. Nei calendari, ogni anno ha un sacco di avvenimenti importanti. Nelle enciclopedie mediche, ogni scheda che parla di una qualunque malattia, finisce che il malato muore. O, almeno, così mi disse il mio barbiere, quando chiesi il motivo per cui buttava il volume Zanichelli, comprato con Sorrisi e Canzoni tv, dentro la pattumiera condominiale. Quello era lo stesso anno in cui mio zio, assieme ad altri, decise di partire fuori dall'isola, per andare a vivere e lavorare (non so quale fosse l'ordine delle priorità) nel nord Europa. Nella più grande città fluviale del nord Europa. Non gli ho mai chiesto, se avessero scelto, dopo avere guardato qualche atlante geo-politico, o qualche cartolina del lago Alster. Diversamente da me, non ha mai pensato di tornare al borgo natio. Nè, mi pare, risenta troppo, ancora oggi, del richiamo della valli e dei fiumi della Terra Madre. Naturalmente, in tutti questi anni, ha incontrato anche la madre dei suoi figli. Una bellissima donna. Credo l'abbia conosciuta in una fabbrica di valvole per televisori. Lo so. Non è come "La fabbrica di cioccolato" di Tim Burton, pero' ricorda molto "Flash Dance". Adesso, dopo molti anni di lavoro, spesso notturno, inizia a essere un pò stanco e non si fa mancare qualche acciacco, di cui potersi lamentare, al telefono con sua sorella, rimasta a galleggiare sull'isola dei Giganti di Monte Prama. Lo fa sempre sul filo dell'ironia e del sarcasmo leggero, imparato negli anni di collegio dai Salesiani. La maggiore delle figlie, Alexia, è diventata medico e poi chirurgo. Come le altre sorelle, è una persona dolcissima, capace di grandi slanci e dotata di grande passione per il proprio lavoro. A volte riusciamo anche a fermarci assieme per pranzo. In genere è, più che altro, uno spuntino veloce. Oggi, il caso ha voluto che la mia amica Alyna, non avesse voglia della solita passeggiata fino alla trattoria, e quindi ha convinto Alexia a stare con noi, per mangiare una fetta di pizza napoletana. Così, durante la pausa, abbiamo scoperto un'altra dote della primogenita. Per mezzora, non ha mai smesso di parlare e raccontare di sè. Sono riuscito a fermarla, solo quando ho fatto presente che avremmo dovuto riprendere il lavoro, lamentandomi del fatto che il mio nuovo incarico, era piuttosto impegnativo, pure se gratificante.  "Non tutte le strade sono dritte, caro dottore", ha sentenziato con grande tenerezza. E' stato bello sentire quella frase, così piena di simbolismo. Ho riprovato una sensazione, che mi ha riportato alla mia vecchia casa da studente universitario, in viale Dante. Ho ricordato quella stessa sensazione, avuta nel sentire le parole della mia amica Pierina, stremata dai preparativi di un esame ostico, come Patologia Medica. La ricordo ancora benissimo, poggiata al davanzale, dove coltivava il suo basilico, impugnando un coltellaccio da cucina. "Perchè, devi sapere, che nella vita, ci sono giorni d'estate e giorni d'inverno". Adesso potete capire perchè, un istante dopo, ho voluto salutare la mia amica Alyna, ricordandole l'affettuoso invito della cuoca, davanti alle polpette della mensa della scuola materna di Santorino: "preferisci quelle che vuoi".

martedì 6 novembre 2012

ginocchia sbucciate

Capita anche a voi? Giornate che finiscono. In cui mi siedo e guardo con tenerezza, le mie piccole  vecchie cicatrici sulle ginocchia. Segni delle mie cadute da bambino. Grandi dolori, segnati dalle lacrime ancora poco salate. Segni di dolori ormai lievi e lontani. Mi fanno compagnia, le mie cicatrici di bambino. Mi consolano, dicendomi che i dolori dell'oggi, un giorno, saranno piccoli segni sulla pelle, di cui andare fiero. Di cui sentire tutta la passione del vivere. Anche cadendo.

venerdì 26 ottobre 2012

celeste azzurro





Certe mattine, mi trovo con la faccia gonfia, vecchia, magari stanco. Poi vedo le mie tre stelle in fila, che scompaiono, con il sole che sorge, e con la luce del giorno che inizia. A volte, come oggi, è una luce così chiara e trasparente. Con i colori che sono solo per me, che nessuno può vedere, e neppure raccontare. Non mi importa più della stanchezza o di altro.  Capisco che non ne potrei fare a meno. Come una cosa che fa parte delle mie giornate. Della mia vita. Posso dire di essere un uomo ricco, se posso dimenticare di essere in ritardo,  rallentare la velocità della mia macchina, fermarmi su un pezzo di strada umida,  per godermi questa luce, un pò più a lungo. Guardando l'orizzonte, lo vedo come disegnato da una matita invisibile, che separa con una linea continua, l'azzurro del profilo delle piccole montagne, dal celeste del cielo senza nuvole. A quell’ora, non saprei cosa volere di più. Magari solo fartelo sapere. Perché, come diceva quell’accidenti di scultore greco, che non mi ricordo mai come si chiamava, “il dare, non toglie niente”.
(ps.la foto è un mio scatto del venticinque ottobre)


venerdì 5 ottobre 2012

Milano Centrale - Bologna Centrale

 MILANO CENTRALE
Una volta, ho letto che gli "occhiali rosa", che mettiamo in certi periodi della vita, modificano veramente tutto ciò che vediamo intorno a noi, rendendolo diverso, almeno ai nostri occhi.  Trovo di un fascino imbarazzante, persino il groviglio di fili, pali, luci e cartelli, che si intrecciano allo sguardo, mentre esco dalla stazione di Milano, e mentre cerco di immaginare cosa fossero quelle vecchie stazioni con le loro tettoie disegnate e forgiate. E così, nel tempo che impiego a scrivere i miei pensieri ferroviari, alzo lo sguardo nuovamente, per scoprire di essere già alla piccola stazione successiva. Lambrate. Dove niente parla di ciò che era. Solo presente. Solo un momento di passaggio. Nulla che chieda per sé, un briciolo delle mie emozioni. Tutte ferme lì.  A Milano.  Impigliate nel groviglio di fili, pali, luci e cartelli.

ROGOREDO
Chissà perché, mi sembra che le ragazzine e i ragazzini di Piacenza, mi appaiano meno "belli" di quelli che puoi incontrare a Bologna. Anzi, quando il treno si ferma alla stazione di Rogoredo, ti sembra che le ragazzine e i ragazzini, che salgono in direzione Bologna, siano già più belli, più felici.

LODI
É come se questa terra volesse fare una promessa. Farmi vedere in questo anticipo di sole, come potrà essere la primavera, nella pianura piatta. Dove risaltano quelle fattorie. Bellissime. Non puoi dire di avere mai visto una fattoria, se non hai visto brillare quei casali, delineati da una striscia piatta alla base, e dagli alberi alti e spogli nella verticale. Come i disegni a china, che mi facevano fare da ragazzino.

PIACENZA
Mi piace lasciare lo scompartimento, un quarto d'ora prima dell'arrivo. Lascio il suono ovattato della prima classe, per sentire il rumore del vagone, che scorre sui binari. È un  suono più adatto al panorama della pianura, che scivola dai finestrini.

"Potresti mancarmi. Senza nessun altro motivo, che non sia la curiosità di scoprire."

domenica 30 settembre 2012

i diari della lambretta

Come tutti,   continuo a tenere amorevolmente custoditi, i piccoli episodi di quando avevo più tempo per oziare e svagarmi.  Non ho mai approfondito se il termine svagarsi, abbia o meno una relazione con quello a me più confacente: vagare.  In genere si dice, con un'accezione non propriamente positiva, "sei uno svagato".  Io invece,  penso che vagare per cinque, dieci, venti minuti, o anche per un intero viaggio in treno o in automobile, sia un esercizio molto bello. Certo, bisogna essere predisposti, geneticamente, oltre che psicologicamente.  In questo senso,  credo proprio che "svagati" si nasca.  Un pò come vanitosi, narcisi, impulsivi, precipitosi, eccetera.  Molto spesso, chi possiede questo talento naturale, si trova a vagare, senza neppure averlo programmato o desiderato. Naturalmente, con buona pace della mia collega Neurologa, il mio vagare è strettamente relegato ai pensieri.  Anche se talvolta può accadere di trovarsi a vagare con i pensieri e ritrovarsi a vagare anche fisicamente, per le strade di una città sconosciuta.  Ecco.  Ho divagato.   In realtà volevo scrivere ciò che ho promesso a Gianrico, venerdì sera al bar.  Volevo scrivere del nostro amico Attilio.  Attilio si era diplomato all'Istituto Magistrale.  Oggi si chiama, con la solita gazzosa all'italiana, "Liceo Socio-Pedagogico". Trent'anni fà, sfornava cultura e capacità di trasmetterla. Oggi, dopo il diploma, devi proseguire gli studi universitari, alla facoltà di Scienze dell'Educazione. Quella che, mia nipote chiama, sogghignando "Scienze della Merendine". Ma si sa.  Lei è una carogna.  Niente a che vedere con la tenerezza del ricordo di Attilio.  E dell'anno in cui, per affrontare il concorso nazionale, per l'accesso all'insegnamento, si preparava, come quasi tutti, seguendo lezioni private.  Aveva scelto un collega in pensione, in grado di chiarire i concetti teorici, con l'aiuto dell'esperienza. Si chiamava Maestro Zevola. Suppongo che Zevola fosse il cognome. Ritengo che Maestro fosse il nome di battesimo, visto che non l'ho mai sentito chiamare in modo diverso.  Ho sempre pensato che la scelta del proprio tutor, da parte di Attilio,  non fosse frutto di razionalità, ma di istinto. O se preferite,  come spesso sostengo, del caso.  Sempre il solito Caso.  Quello con la ci maiuscola.  L'ho sempre pensato,  perchè la cosa a cui era più legato, il mio amico carissimo, dopo i genitori, che adorava,  era la vecchia lambretta del padre.  La curava premurosamente, tenendola sempre pulita, con le cromature luccicanti. Girava la Sardegna, alla ricerca dei pezzi di ricambio (internet non c'era). Ossessionava Alessandro, il meccanico, per le riparazioni necessarie. Una Lambretta era anche il mezzo di trasporto del Maestro Zevola. Credo che questa comunanza motoristica, fosse anche il segno di una comunanza culturale e spirituale. I due Lambrettisti, si erano trovati a percorrere assieme un pezzo della strada della vita. Il vecchio Maestro, nel tratto finale, ad accompagnare il giovane Allievo. Ricordo ancora, le pochissime volte in cui era venuto in paese.  Il suono sofferente del motore dello scooter, che cercava di sorreggere il peso del Maestro. Era un uomo di notevole stazza, come spesso erano gli abitanti di Oroseppi. Imponente ancora di più, quando lo vedevi arrivare con un trench grigio scuro, che svolazzava, come il mantello di Batman. Passava il primo minuto a cercare di asciugare il sudore del viso e delle mani, con un fazzoletto ricamato agli angoli.  Il sovrappeso, lo faceva ansimare, anche quando parlava, seduto su una poltroncina della camera da pranzo, in casa di Attilio. Passarono l'intera estate, come gli studenti con la supplente, nei film con Alvaro Vitali. In alcune occasioni, Maestro e Allievo, si organizzavano piccole gite fuoriporta. Escursioni motorizzate, verso luoghi più o meno vicini. Sorrido immaginando che durante il percorso, uno facesse domande all'altro, mentre procedevano affiancati sulle moto.  Alla fine dell'estate, il concorso fu superato brillantemente. Il mio amico diventò maestro elementare ed ebbe il suo primo incarico nel paesino di Belvì. Del Maestro, mi resta vivissimo il ricordo di un particolare, che mi ha ispirato nel citare i diari di una motocicletta molto più famosa. Il basco. Di colore nero, da cui non si separava mai e senza il quale, non prendeva mai la guida della sua lambretta color beige. Il basco. Calcato bene sulla sua grossa testa, ormai senza capelli. E chissà se, in giovane età, lo avesse portato con barba e chioma fluente, immaginando che la strada di ghiaia bianca, che percorreva per andare a scuola, fosse un pezzo di Bolivia.

martedì 18 settembre 2012

carta da pane 1

Capita, che un oggetto di uso quotidiano, ci meravigli,  quando lo ritroviamo in una veste inconsueta, in un uso del tutto inaspettato. Capita soprattutto, se lo ritroviamo davanti a noi, a rappresentare qualcosa di più elevato; a essere trasformato in qualcosa di  meno materiale. Ho incontrato per due volte, la carta del pane. Quella delle buste dove, da studente mattiniero del lunedì, alloggiavano temporaneamente, un paio di tartarughe del panificio Ballarini di Viale Dante. Il lunedi' mattina alle 8, potevi respirare il profumo dei forni in piena città, proprio come, adesso che non sono più studente, mi piace sentire l'odore dell'erba appena falciata, o della terra appena bagnata, o l'aroma del lentischio o del ginepro, mentre torno da Stintino, nelle sere più calde. Quando penso alla carta delle buste del pane, riesco a sentire, ancora oggi, quella sensazione che mi procurava il pane, ancora tiepido, portato a casa,  sulle scale larghe, della Signora Girau. Eppure, i ricordi più appassionati che ho, della carta a grana grossa, con il colore del legno di betulla, sono altri. Distinti nel tempo. Quello che stà più in superficie, è il ricordo di un piccolo viaggio, fatto in compagnia di Joice. Anzi, come spesso è accaduto, di un piccolo, brevissimo viaggio, fatto al suo seguito. La carta delle buste del pane, è il segno impresso nella mia memoria di quella gita. Ho ancora davanti agli occhi, l'immagine, incredibile, di centinai di piccoli pezzi, di quella carta color nocciola. Piccoli. Accuratamente ritagliati a mano, in piccoli rettangoli irregolari. Disposti per terra in piccoli mucchietti, alla base di un gigantesco ginepro. Protetti dal sole della spiaggia d'oro, nell'ombra dei rami, tagliati con cura, per dare forma a un rifugio. E altre centinaia di altri piccoli pezzi di carta nocciola, infilati in mezzo ai rami del ginepro secolare. Arrotolati come piccoli sigari cubani, ma vuoti dentro.  No. Non vuoti.  Ripieni.  Stracolmi di qualcosa, che ancora oggi mi sorprende. Bastava prendere uno qualunque di quei cigarillos, per trovarsi senza respiro, anche dopo quella salita ripida. Bastava srotolare quel piccolo rettangolo di carta per il pane, per trovare all'interno, la conferma di quello che lei mi aveva raccontato per settimane, seduta sul suo letto senza doghe. Ogni piccolo foglio, una volta aperto, rivelava, senza mai deludere, il suo piccolo ripieno di vita. Era il ricordo di poche righe, lasciato scritto da una biro o da una matita, di chi era già passato in quel luogo e aveva già fatto ciò che gli si chiedeva. Erano i pensieri di chi aveva seguito l'invito, scritto su quel cartello, all'entrata, infilato nella terra argillosa, su cui poggiava le radici il grande ginepro. "Siate benvenuti alla casa del poeta. I vostri sentimenti siano i frutti che germogliano nella casa-albero".
Sono passato altre volte a trovare la  casa del poeta. Ci sono sempre passato,  come si va a fare visita a un amico dell'adolescenza. Ogni volta ho lasciato altri miei pensieri. Fino a quando ho capito, che non avrebbe voluto che io la vedessi, mentre invecchiava troppo in fretta. Credo che si consumasse, chiedendosi perchè, il suo vecchio poeta, non venisse più a curarsi di lei. Forse perchè le case e i ginepri, sono come i bambini. Pensano che il sonno duri solo una notte.


lunedì 17 settembre 2012

flash




Credo che se un giorno fossi un fantasma, non resisterei alla tentazione di venirti a trovare. E se fossi uno spirito invisibile, cercherei un modo per parlarti.