Capita anche a voi? Giornate che finiscono. In cui mi siedo e guardo con tenerezza, le mie piccole vecchie cicatrici sulle ginocchia. Segni delle mie cadute da bambino. Grandi dolori, segnati dalle lacrime ancora poco salate. Segni di dolori ormai lievi e lontani. Mi fanno compagnia, le mie cicatrici di bambino. Mi consolano, dicendomi che i dolori dell'oggi, un giorno, saranno piccoli segni sulla pelle, di cui andare fiero. Di cui sentire tutta la passione del vivere. Anche cadendo.
martedì 6 novembre 2012
venerdì 26 ottobre 2012
celeste azzurro
Certe mattine, mi trovo con la faccia gonfia, vecchia, magari stanco. Poi vedo le mie tre stelle in fila, che scompaiono, con il sole che sorge, e con la luce del giorno che inizia. A volte, come oggi, è una luce così chiara e trasparente. Con i colori che sono solo per me, che nessuno può vedere, e neppure raccontare. Non mi importa più della stanchezza o di altro. Capisco che non ne potrei fare a meno. Come una cosa che fa parte delle mie giornate. Della mia vita. Posso dire di essere un uomo ricco, se posso dimenticare di essere in ritardo, rallentare la velocità della mia macchina, fermarmi su un pezzo di strada umida, per godermi questa luce, un pò più a lungo. Guardando l'orizzonte, lo vedo come disegnato da una matita invisibile, che separa con una linea continua, l'azzurro del profilo delle piccole montagne, dal celeste del cielo senza nuvole. A quell’ora, non saprei cosa volere di più. Magari solo fartelo sapere. Perché, come diceva quell’accidenti di scultore greco, che non mi ricordo mai come si chiamava, “il dare, non toglie niente”.
(ps.la foto è un mio scatto del venticinque ottobre)
(ps.la foto è un mio scatto del venticinque ottobre)
venerdì 5 ottobre 2012
Milano Centrale - Bologna Centrale
MILANO CENTRALE
Una volta, ho letto che gli "occhiali rosa", che mettiamo in certi periodi della vita, modificano veramente tutto ciò che vediamo intorno a noi, rendendolo diverso, almeno ai nostri occhi. Trovo di un fascino imbarazzante, persino il groviglio di fili, pali, luci e cartelli, che si intrecciano allo sguardo, mentre esco dalla stazione di Milano, e mentre cerco di immaginare cosa fossero quelle vecchie stazioni con le loro tettoie disegnate e forgiate. E così, nel tempo che impiego a scrivere i miei pensieri ferroviari, alzo lo sguardo nuovamente, per scoprire di essere già alla piccola stazione successiva. Lambrate. Dove niente parla di ciò che era. Solo presente. Solo un momento di passaggio. Nulla che chieda per sé, un briciolo delle mie emozioni. Tutte ferme lì. A Milano. Impigliate nel groviglio di fili, pali, luci e cartelli.
ROGOREDO
Chissà perché, mi sembra che le ragazzine e i ragazzini di Piacenza, mi appaiano meno "belli" di quelli che puoi incontrare a Bologna. Anzi, quando il treno si ferma alla stazione di Rogoredo, ti sembra che le ragazzine e i ragazzini, che salgono in direzione Bologna, siano già più belli, più felici.
LODI
É come se questa terra volesse fare una promessa. Farmi vedere in questo anticipo di sole, come potrà essere la primavera, nella pianura piatta. Dove risaltano quelle fattorie. Bellissime. Non puoi dire di avere mai visto una fattoria, se non hai visto brillare quei casali, delineati da una striscia piatta alla base, e dagli alberi alti e spogli nella verticale. Come i disegni a china, che mi facevano fare da ragazzino.
PIACENZA
Mi piace lasciare lo scompartimento, un quarto d'ora prima dell'arrivo. Lascio il suono ovattato della prima classe, per sentire il rumore del vagone, che scorre sui binari. È un suono più adatto al panorama della pianura, che scivola dai finestrini.
"Potresti mancarmi. Senza nessun altro motivo, che non sia la curiosità di scoprire."
domenica 30 settembre 2012
i diari della lambretta
Come tutti, continuo a tenere amorevolmente custoditi, i piccoli episodi di quando avevo più tempo per oziare e svagarmi. Non ho mai approfondito se il termine svagarsi, abbia o meno una relazione con quello a me più confacente: vagare. In genere si dice, con un'accezione non propriamente positiva, "sei uno svagato". Io invece, penso che vagare per cinque, dieci, venti minuti, o anche per un intero viaggio in treno o in automobile, sia un esercizio molto bello. Certo, bisogna essere predisposti, geneticamente, oltre che psicologicamente. In questo senso, credo proprio che "svagati" si nasca. Un pò come vanitosi, narcisi, impulsivi, precipitosi, eccetera. Molto spesso, chi possiede questo talento naturale, si trova a vagare, senza neppure averlo programmato o desiderato. Naturalmente, con buona pace della mia collega Neurologa, il mio vagare è strettamente relegato ai pensieri. Anche se talvolta può accadere di trovarsi a vagare con i pensieri e ritrovarsi a vagare anche fisicamente, per le strade di una città sconosciuta. Ecco. Ho divagato. In realtà volevo scrivere ciò che ho promesso a Gianrico, venerdì sera al bar. Volevo scrivere del nostro amico Attilio. Attilio si era diplomato all'Istituto Magistrale. Oggi si chiama, con la solita gazzosa all'italiana, "Liceo Socio-Pedagogico". Trent'anni fà, sfornava cultura e capacità di trasmetterla. Oggi, dopo il diploma, devi proseguire gli studi universitari, alla facoltà di Scienze dell'Educazione. Quella che, mia nipote chiama, sogghignando "Scienze della Merendine". Ma si sa. Lei è una carogna. Niente a che vedere con la tenerezza del ricordo di Attilio. E dell'anno in cui, per affrontare il concorso nazionale, per l'accesso all'insegnamento, si preparava, come quasi tutti, seguendo lezioni private. Aveva scelto un collega in pensione, in grado di chiarire i concetti teorici, con l'aiuto dell'esperienza. Si chiamava Maestro Zevola. Suppongo che Zevola fosse il cognome. Ritengo che Maestro fosse il nome di battesimo, visto che non l'ho mai sentito chiamare in modo diverso. Ho sempre pensato che la scelta del proprio tutor, da parte di Attilio, non fosse frutto di razionalità, ma di istinto. O se preferite, come spesso sostengo, del caso. Sempre il solito Caso. Quello con la ci maiuscola. L'ho sempre pensato, perchè la cosa a cui era più legato, il mio amico carissimo, dopo i genitori, che adorava, era la vecchia lambretta del padre. La curava premurosamente, tenendola sempre pulita, con le cromature luccicanti. Girava la Sardegna, alla ricerca dei pezzi di ricambio (internet non c'era). Ossessionava Alessandro, il meccanico, per le riparazioni necessarie. Una Lambretta era anche il mezzo di trasporto del Maestro Zevola. Credo che questa comunanza motoristica, fosse anche il segno di una comunanza culturale e spirituale. I due Lambrettisti, si erano trovati a percorrere assieme un pezzo della strada della vita. Il vecchio Maestro, nel tratto finale, ad accompagnare il giovane Allievo. Ricordo ancora, le pochissime volte in cui era venuto in paese. Il suono sofferente del motore dello scooter, che cercava di sorreggere il peso del Maestro. Era un uomo di notevole stazza, come spesso erano gli abitanti di Oroseppi. Imponente ancora di più, quando lo vedevi arrivare con un trench grigio scuro, che svolazzava, come il mantello di Batman. Passava il primo minuto a cercare di asciugare il sudore del viso e delle mani, con un fazzoletto ricamato agli angoli. Il sovrappeso, lo faceva ansimare, anche quando parlava, seduto su una poltroncina della camera da pranzo, in casa di Attilio. Passarono l'intera estate, come gli studenti con la supplente, nei film con Alvaro Vitali. In alcune occasioni, Maestro e Allievo, si organizzavano piccole gite fuoriporta. Escursioni motorizzate, verso luoghi più o meno vicini. Sorrido immaginando che durante il percorso, uno facesse domande all'altro, mentre procedevano affiancati sulle moto. Alla fine dell'estate, il concorso fu superato brillantemente. Il mio amico diventò maestro elementare ed ebbe il suo primo incarico nel paesino di Belvì. Del Maestro, mi resta vivissimo il ricordo di un particolare, che mi ha ispirato nel citare i diari di una motocicletta molto più famosa. Il basco. Di colore nero, da cui non si separava mai e senza il quale, non prendeva mai la guida della sua lambretta color beige. Il basco. Calcato bene sulla sua grossa testa, ormai senza capelli. E chissà se, in giovane età, lo avesse portato con barba e chioma fluente, immaginando che la strada di ghiaia bianca, che percorreva per andare a scuola, fosse un pezzo di Bolivia.
martedì 18 settembre 2012
carta da pane 1
Capita, che un oggetto di uso quotidiano, ci meravigli, quando lo ritroviamo in una veste inconsueta, in un uso del tutto inaspettato. Capita soprattutto, se lo ritroviamo davanti a noi, a rappresentare qualcosa di più elevato; a essere trasformato in qualcosa di meno materiale. Ho incontrato per due volte, la carta del pane. Quella delle buste dove, da studente mattiniero del lunedì, alloggiavano temporaneamente, un paio di tartarughe del panificio Ballarini di Viale Dante. Il lunedi' mattina alle 8, potevi respirare il profumo dei forni in piena città, proprio come, adesso che non sono più studente, mi piace sentire l'odore dell'erba appena falciata, o della terra appena bagnata, o l'aroma del lentischio o del ginepro, mentre torno da Stintino, nelle sere più calde. Quando penso alla carta delle buste del pane, riesco a sentire, ancora oggi, quella sensazione che mi procurava il pane, ancora tiepido, portato a casa, sulle scale larghe, della Signora Girau. Eppure, i ricordi più appassionati che ho, della carta a grana grossa, con il colore del legno di betulla, sono altri. Distinti nel tempo. Quello che stà più in superficie, è il ricordo di un piccolo viaggio, fatto in compagnia di Joice. Anzi, come spesso è accaduto, di un piccolo, brevissimo viaggio, fatto al suo seguito. La carta delle buste del pane, è il segno impresso nella mia memoria di quella gita. Ho ancora davanti agli occhi, l'immagine, incredibile, di centinai di piccoli pezzi, di quella carta color nocciola. Piccoli. Accuratamente ritagliati a mano, in piccoli rettangoli irregolari. Disposti per terra in piccoli mucchietti, alla base di un gigantesco ginepro. Protetti dal sole della spiaggia d'oro, nell'ombra dei rami, tagliati con cura, per dare forma a un rifugio. E altre centinaia di altri piccoli pezzi di carta nocciola, infilati in mezzo ai rami del ginepro secolare. Arrotolati come piccoli sigari cubani, ma vuoti dentro. No. Non vuoti. Ripieni. Stracolmi di qualcosa, che ancora oggi mi sorprende. Bastava prendere uno qualunque di quei cigarillos, per trovarsi senza respiro, anche dopo quella salita ripida. Bastava srotolare quel piccolo rettangolo di carta per il pane, per trovare all'interno, la conferma di quello che lei mi aveva raccontato per settimane, seduta sul suo letto senza doghe. Ogni piccolo foglio, una volta aperto, rivelava, senza mai deludere, il suo piccolo ripieno di vita. Era il ricordo di poche righe, lasciato scritto da una biro o da una matita, di chi era già passato in quel luogo e aveva già fatto ciò che gli si chiedeva. Erano i pensieri di chi aveva seguito l'invito, scritto su quel cartello, all'entrata, infilato nella terra argillosa, su cui poggiava le radici il grande ginepro. "Siate benvenuti alla casa del poeta. I vostri sentimenti siano i frutti che germogliano nella casa-albero".
Sono passato altre volte a trovare la casa del poeta. Ci sono sempre passato, come si va a fare visita a un amico dell'adolescenza. Ogni volta ho lasciato altri miei pensieri. Fino a quando ho capito, che non avrebbe voluto che io la vedessi, mentre invecchiava troppo in fretta. Credo che si consumasse, chiedendosi perchè, il suo vecchio poeta, non venisse più a curarsi di lei. Forse perchè le case e i ginepri, sono come i bambini. Pensano che il sonno duri solo una notte.
Sono passato altre volte a trovare la casa del poeta. Ci sono sempre passato, come si va a fare visita a un amico dell'adolescenza. Ogni volta ho lasciato altri miei pensieri. Fino a quando ho capito, che non avrebbe voluto che io la vedessi, mentre invecchiava troppo in fretta. Credo che si consumasse, chiedendosi perchè, il suo vecchio poeta, non venisse più a curarsi di lei. Forse perchè le case e i ginepri, sono come i bambini. Pensano che il sonno duri solo una notte.
lunedì 17 settembre 2012
flash
venerdì 14 settembre 2012
il sax di fausto papetti
Ho ripreso a viaggiare molto spesso. In realtà viaggio tutti i giorni, come un rappresentante di commercio, ma faccio finta che non sia così. Il piacere del viaggiare, per un'ora, al mattino presto, quasi sempre al buio, viene dal fatto di poter sentire un silenzio che si riempie di suoni. Anche a dieci gradi di temperatura, apro un pò i finestrini, per fare suonare l'aria a centotrenta chilometri orari. Lo so quello che pensate: che la vera ebbrezza della velocità, inizia quando si va a centosessanta. Ma quando si parte al mattino presto, non si ha lo spirito della sfida, come accade invece nei pomeriggi di primavera, quando si possono fare le gare, magari fermandosi al pit-stop, nelle piazzole della superstrada, prima del distributore. Al secondo posto, dei piaceri del viaggiatore quotidiano, c'è sicuramente l'ascolto delle canzonette. Con i tempi moderni, è diventato facile avere una bella playlist, con tutto quello che occorre per passare sessanta minuti, cantando romanticamente a squarciagola. Ma se fate un piccolo sforzo di memoria, ricorderete che ci sono stati tempi, in cui i dischi occorreva comprarli e l'unico modo per avere tutti i successi, in un unico disco (vinile, a 33 giri), era comprare gli album di Fausto Papetti. Fausto... Chi? Era un signore che, negli anni sessanta e settanta, suonava i successi del momento, con il suo sassofono. Una tristezza. Con brani pronti all'uso, per ballare quelli che allora si chiamavano "i lenti". Ballare un lento, era il modo più pratico e apparentemente disinteressato, per stare finalmente appiccicati in due, su un pezzo di pavimento, ondeggiando alternativamente sulle gambe. Per fortuna, ci fu un momento in cui tutto cambiò. Fu alla fine del 1969. Un furbacchione francese, signore di mezza età, fidanzato con una ragazzina, decise di fare un disco molto impegnativo. Con un testo naturalmente molto impegnativo. E una melodia naturalmente molto...lenta. Ma siccome, il signore si chiamava Serge Gainsbourg (Serge...chi?), il suo disco fu un successone europeo. Niente fu più come prima. Ballare con quel disco diventava un vero oltraggio al pubblico pudore. Come andare in topless alla spiaggia di Giorgino a Cagliari. Perchè invece, a Cala Ginepro, si poteva già fare (ho le prove; una foto, da qualche parte, di una turista, francese, naturellement). Fu cosi, che anche in Italia, iniziò il filone dei dischi di ambiente. C'era un gruppo che si chiamava "Daniel Sentacruz Ensemble", con un brano che si intitolava "Soleado". Si. Proprio quello. Il cui testo era composto da una sola vocale: "o-o-o-oh-o-o-o-o-oh!". Segno dei tempi. Ricordo che proprio "Soleado", fu il nome, evocativo e simbolico allo stesso tempo, che fu dato alla prima sala da ballo del paese. In un anticipo di quello che oggi, si definirebbe glocal (globale e locale), o etno-pop, l'insegna appesa all'ingresso del locale (un garage, scantinato, magazzino, seminterrato), era una vecchia ruota di carro, di legno, pitturata di bianco e con i raggi celesti. Con la scritta dipinta in modo certosino, in corrispondenza dei singoli raggi. In quella sala c'era la rappresentazione del futuro. L'anticipazione della bella vita, che aspettava tutti noi, trascinati dal fiume della petrolchimica, nel gorgo voluttuoso della voce di Jane Birkin. Non ho mai saputo che aspetto avesse questo futuro. Ero troppo piccolo e non mi fecero entrare. E il Soleado, chiuse i battenti prima che io avessi l'età adeguata per poterci mettere piede.
martedì 28 agosto 2012
lunedì 13 agosto 2012
contrasto
Per contrasto con una bellissima giornata di sole estivo.
Per caso un ritratto a metà tra Rembrandt e Caravaggio.
Una notturna signora emiliana, con cestino floreale, affiora dalla memoria del telefono.
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