Ho ripreso a viaggiare molto spesso. In realtà viaggio tutti i giorni, come un rappresentante di commercio, ma faccio finta che non sia così. Il piacere del viaggiare, per un'ora, al mattino presto, quasi sempre al buio, viene dal fatto di poter sentire un silenzio che si riempie di suoni. Anche a dieci gradi di temperatura, apro un pò i finestrini, per fare suonare l'aria a centotrenta chilometri orari. Lo so quello che pensate: che la vera ebbrezza della velocità, inizia quando si va a centosessanta. Ma quando si parte al mattino presto, non si ha lo spirito della sfida, come accade invece nei pomeriggi di primavera, quando si possono fare le gare, magari fermandosi al pit-stop, nelle piazzole della superstrada, prima del distributore. Al secondo posto, dei piaceri del viaggiatore quotidiano, c'è sicuramente l'ascolto delle canzonette. Con i tempi moderni, è diventato facile avere una bella playlist, con tutto quello che occorre per passare sessanta minuti, cantando romanticamente a squarciagola. Ma se fate un piccolo sforzo di memoria, ricorderete che ci sono stati tempi, in cui i dischi occorreva comprarli e l'unico modo per avere tutti i successi, in un unico disco (vinile, a 33 giri), era comprare gli album di Fausto Papetti. Fausto... Chi? Era un signore che, negli anni sessanta e settanta, suonava i successi del momento, con il suo sassofono. Una tristezza. Con brani pronti all'uso, per ballare quelli che allora si chiamavano "i lenti". Ballare un lento, era il modo più pratico e apparentemente disinteressato, per stare finalmente appiccicati in due, su un pezzo di pavimento, ondeggiando alternativamente sulle gambe. Per fortuna, ci fu un momento in cui tutto cambiò. Fu alla fine del 1969. Un furbacchione francese, signore di mezza età, fidanzato con una ragazzina, decise di fare un disco molto impegnativo. Con un testo naturalmente molto impegnativo. E una melodia naturalmente molto...lenta. Ma siccome, il signore si chiamava Serge Gainsbourg (Serge...chi?), il suo disco fu un successone europeo. Niente fu più come prima. Ballare con quel disco diventava un vero oltraggio al pubblico pudore. Come andare in topless alla spiaggia di Giorgino a Cagliari. Perchè invece, a Cala Ginepro, si poteva già fare (ho le prove; una foto, da qualche parte, di una turista, francese, naturellement). Fu cosi, che anche in Italia, iniziò il filone dei dischi di ambiente. C'era un gruppo che si chiamava "Daniel Sentacruz Ensemble", con un brano che si intitolava "Soleado". Si. Proprio quello. Il cui testo era composto da una sola vocale: "o-o-o-oh-o-o-o-o-oh!". Segno dei tempi. Ricordo che proprio "Soleado", fu il nome, evocativo e simbolico allo stesso tempo, che fu dato alla prima sala da ballo del paese. In un anticipo di quello che oggi, si definirebbe glocal (globale e locale), o etno-pop, l'insegna appesa all'ingresso del locale (un garage, scantinato, magazzino, seminterrato), era una vecchia ruota di carro, di legno, pitturata di bianco e con i raggi celesti. Con la scritta dipinta in modo certosino, in corrispondenza dei singoli raggi. In quella sala c'era la rappresentazione del futuro. L'anticipazione della bella vita, che aspettava tutti noi, trascinati dal fiume della petrolchimica, nel gorgo voluttuoso della voce di Jane Birkin. Non ho mai saputo che aspetto avesse questo futuro. Ero troppo piccolo e non mi fecero entrare. E il Soleado, chiuse i battenti prima che io avessi l'età adeguata per poterci mettere piede.
venerdì 14 settembre 2012
martedì 28 agosto 2012
lunedì 13 agosto 2012
contrasto
Per contrasto con una bellissima giornata di sole estivo.
Per caso un ritratto a metà tra Rembrandt e Caravaggio.
Una notturna signora emiliana, con cestino floreale, affiora dalla memoria del telefono.
domenica 22 luglio 2012
attesa imbarco
Mi scuserai se faccio il saputello. Ma è qualcosa che mi piace condividere (non nel senso di fb). Lei si chiama Shibata Toyo. E' una signora giapponese, che ha iniziato a scrivere poesie a novant'anni. Adesso ne ha cento. Io ne ho la metà e aspetto in aeroporto, leggendo il libro di poesie della centenaria giapponese, che ho preso l'altro giorno. Con la mia matita gialla, con le tabelline stampate sopra, ne ho segnato alcune. Ne ho scelte tre, che ti ricopio qui sotto.
''Quando qualcuno mi ha fatto una gentilezza, io l'ho depositata nel cuore. Nei momenti tristi l'ho tirata fuori e ho riacquistato il buonumore. Anche tu metti da parte le gentilezze e abbine cura ancora più dei soldi della pensione."
''Quando qualcuno mi ha fatto una gentilezza, io l'ho depositata nel cuore. Nei momenti tristi l'ho tirata fuori e ho riacquistato il buonumore. Anche tu metti da parte le gentilezze e abbine cura ancora più dei soldi della pensione."
"Solo in seguito, mi accorgo quanto le mie parole feriscano involontariamente le persone. E allora di corsa mi addentro nel cuore di queste persone e mentre chiedo scusa , con la gomma da cancellare e con la matita emendo le mie parole."
"L'acqua calda versata dal bricco è simile a parole soavi. Le zollette di zucchero del mio cuore nella tazza teneramente si sciolgono."
"L'acqua calda versata dal bricco è simile a parole soavi. Le zollette di zucchero del mio cuore nella tazza teneramente si sciolgono."
mercoledì 18 luglio 2012
l'altro mondo (uno)
Un'altra volta ho citato il film di Giuseppe Tornatore "Nuovo cinema paradiso". Ma stavolta non raccontero' di ricordi cinematografici. Vi diro' soltanto che, se Giancaldo ha avuto il Cinema Paradiso, il paese di San Nicolo' ebbe "L'Altro Mondo". Tutto inizia con l'arrivo di due forestieri. Il signor Roberto e la signora Anna erano arrivati in un giorno imprecisato, di un anno imprecisato. E probabilmente per un motivo imprecisato. Se fosse stato uno che passava le giornate a leggere o a scrivere, si sarebbe pensato di lui come di un confinato. Uno sottoposto a restrizioni, per motivi politici o roba simile. Magari un anarchico. Oppure uno di quelli condannati, come diceva mia nonna, al domicilio coatto. Che lei pronunciava tutto attaccato come fosse un'unica parola. Ma signor Roberto non dava nessun segno. Nè la sua parlata toscana, forse aretina, serviva granchè, per investigare sul reale motivo, che poteva portare un essere umano da quelle parti; nel centro del centro dell'isola. Era sicuramente arrivato già prima che io nascessi, questo è certo, ma se chiedete a chiunque c'era in paese, nessuna versione o data, sembra concordare. Comunque, lui stava lì. Qualche volta al bar, ma molto più spesso, lo si vedeva davanti alla casa in cui abitavano. Seduto su una delle prime sedie a sdraio, arrivate in paese. Comodamente poggiato. Con la sua canottiera, sempre bianchissima.
Che non fosse un miliardario, in fuga dalla notorietà, lo si capi' quando iniziò a fare qualche lavoretto. Possedeva infatti una notevole serie di attrezzi per lavorare il ferro, compresa la seconda saldatrice elettrica del paese (la prima, e fino a quel momento unica, la possedeva e gestiva, come un signorotto feudale, il signor Giovanni). Era bravo, il signor Roberto. Riusciva a costruire e riparare tutto quello che gli si chiedeva. Lavorava di martello, lima e seghetto, con grande maestria e padronanza. Questo era un forte indizio, per gli investigatori indigeni. Specie per chi aveva già notato che lo straniero, mancava di un paio di falangi delle dita di una mano. Non aveva in realtà un forte spirito imprenditoriale. Accettava e iniziava un nuovo lavoro, quando necessitava di contanti. Spesso il ricavato ottenuto al termine, spariva rapidamente. Per questo, l'intervallo tra un lavoro e l'altro, era proporzionato a quanto aveva guadagnato in precedenza. Come tutti i toscani, era però, lungimirante. Così, non passò molto tempo, che decise di intraprendere anche un'altra attività. In una parte della casa, comparvero delle galline. Decine di galline. Centinaia di galline. Con i suoi attrezzi, costruì anche un grande pollaio, in ferro e vetro. E tutti potevano finalmente avere la carne di pollo, senza aspettare la morìa di quelli domestici. Ricordo ancora l'anziana vicina, rientrare trionfante verso casa, tenendo per il collo la gallina appena acquistata, mostrandola alla comare, che manifestava la sua entusiastica approvazione. Per non parlare dell'encomiabile capacità di porre fine alle sofferenze dell'animale, in modo rapido e indolore. Oppure del tempo passato a sentire le chiacchiere di paese, mentre si procedeva a spiumare il futuro pranzo (e cena) del giorno. L'idea del signor Roberto e il lavoro della signora Anna, insomma, funzionavano. E il pollaio fu ingrandito, per ospitare un maggior numero di pulcini. In paese sarebbe arrivata una colonia di galline, come non se n'erano mai viste. Ma nessuno immaginava che, di lì a poco, un'altra colonia sarebbe arrivata. E anche per loro, si sarebbero dovuti preparare nuovi pollai.
Che non fosse un miliardario, in fuga dalla notorietà, lo si capi' quando iniziò a fare qualche lavoretto. Possedeva infatti una notevole serie di attrezzi per lavorare il ferro, compresa la seconda saldatrice elettrica del paese (la prima, e fino a quel momento unica, la possedeva e gestiva, come un signorotto feudale, il signor Giovanni). Era bravo, il signor Roberto. Riusciva a costruire e riparare tutto quello che gli si chiedeva. Lavorava di martello, lima e seghetto, con grande maestria e padronanza. Questo era un forte indizio, per gli investigatori indigeni. Specie per chi aveva già notato che lo straniero, mancava di un paio di falangi delle dita di una mano. Non aveva in realtà un forte spirito imprenditoriale. Accettava e iniziava un nuovo lavoro, quando necessitava di contanti. Spesso il ricavato ottenuto al termine, spariva rapidamente. Per questo, l'intervallo tra un lavoro e l'altro, era proporzionato a quanto aveva guadagnato in precedenza. Come tutti i toscani, era però, lungimirante. Così, non passò molto tempo, che decise di intraprendere anche un'altra attività. In una parte della casa, comparvero delle galline. Decine di galline. Centinaia di galline. Con i suoi attrezzi, costruì anche un grande pollaio, in ferro e vetro. E tutti potevano finalmente avere la carne di pollo, senza aspettare la morìa di quelli domestici. Ricordo ancora l'anziana vicina, rientrare trionfante verso casa, tenendo per il collo la gallina appena acquistata, mostrandola alla comare, che manifestava la sua entusiastica approvazione. Per non parlare dell'encomiabile capacità di porre fine alle sofferenze dell'animale, in modo rapido e indolore. Oppure del tempo passato a sentire le chiacchiere di paese, mentre si procedeva a spiumare il futuro pranzo (e cena) del giorno. L'idea del signor Roberto e il lavoro della signora Anna, insomma, funzionavano. E il pollaio fu ingrandito, per ospitare un maggior numero di pulcini. In paese sarebbe arrivata una colonia di galline, come non se n'erano mai viste. Ma nessuno immaginava che, di lì a poco, un'altra colonia sarebbe arrivata. E anche per loro, si sarebbero dovuti preparare nuovi pollai.
martedì 10 luglio 2012
codogno
Un finestrino rigato dalla condensa della pianura padana, un filtro dello smartphone, ed ecco la vecchia stazione di Codogno, capace di farvi ricordare una vita precedente, ai primi del 900.
milano - linate
"un giorno saprò dirti perchè mi sento così felice"
Ma appena mi ha visto arrivare, lui era già lì. Pronto. Con il cartello in mano. E mi guardava. Non ho potuto fare altro, che sorridere con lui, mentre il semaforo restava rosso per un tempo infinito. Talmente infinito, da lasciarmi il tempo di scattare una foto con il telefonino. E di continuare a leggere quelle 2 righe gigantesche. E di continuare a sorridere con lui, mentre mi guardava ripartire verso linate.
mercoledì 13 giugno 2012
insetti uno
Ma che ci faccio io, in un posto pieno di moscerini? Me lo sono chiesto, mentre rientravo al mio convento di clausura part-time. Perché ci sono punti in cui, i pantaloni timberland beige, diventano improvvisamente micro-leopardati. Accade sotto i tuoi occhi, come negli effetti speciali di Indiana Jones. Sono milioni, miliardi, più delle stelle della nebulosa di Andromeda, che vedevo da bambino nell'enciclopedia dei Quindici. E arrivano lì da te. Guidati telepaticamente da un'intelligenza aliena. Sono dovunque e tu non puoi impedire neppure che uno dei missili intelligenti, entri nel centro di comando, per renderti inoffensivo. Centrando perfettamente il tuo occhio, nonostante la tua manovra di difesa, che ti fa tenere gli occhi socchiusi, fingendo che sia per il sole in faccia. Ma che ci faccio io, qui? In un posto con così tanti moscerini, che ti domandi, come facciamo gli uomini e le donne, ad andare così veloci, in bici, e così sorridenti. No. Non mi chiedo che cosa abbiamo da ridere. Mi domando soltanto: ma non gli entreranno troppi moscerini in bocca?
mercoledì 6 giugno 2012
consolazioni
I gerani della signora fulvia sono uno spettacolo; non puoi non fermarti a meravigliarti, almeno un momento. Li ho messi nel mio diario fotografico su facebook, ma non potevo non farveli vedere.
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