venerdì 3 agosto 2012

domenica 22 luglio 2012

attesa imbarco

Mi scuserai se faccio il saputello. Ma è qualcosa che mi piace condividere (non nel senso di fb).  Lei si chiama Shibata Toyo. E' una signora giapponese, che ha iniziato  a scrivere poesie a novant'anni. Adesso ne ha cento. Io ne ho la metà e aspetto in aeroporto, leggendo il libro di poesie della centenaria giapponese, che ho preso l'altro giorno. Con la mia matita gialla, con le tabelline stampate sopra, ne ho segnato alcune. Ne ho scelte tre, che ti ricopio qui sotto.
 ''Quando qualcuno mi ha fatto una gentilezza, io l'ho depositata nel cuore. Nei momenti tristi l'ho tirata fuori e ho riacquistato il buonumore. Anche tu metti da parte le gentilezze e abbine cura ancora più dei soldi della pensione."
"Solo in seguito, mi accorgo quanto le mie parole feriscano involontariamente le persone. E allora di corsa mi addentro nel cuore di queste persone e mentre chiedo scusa , con la gomma da cancellare e con la matita emendo le mie parole."
"L'acqua calda versata dal bricco è simile a parole soavi. Le zollette di zucchero del mio cuore nella tazza teneramente si sciolgono."

mercoledì 18 luglio 2012

l'altro mondo (uno)

Un'altra volta ho citato il film di Giuseppe Tornatore "Nuovo cinema paradiso". Ma stavolta non raccontero' di ricordi cinematografici. Vi diro' soltanto che, se Giancaldo ha avuto il Cinema Paradiso, il paese di San Nicolo' ebbe "L'Altro Mondo". Tutto inizia con l'arrivo di due forestieri. Il signor Roberto e la signora Anna erano arrivati in un giorno imprecisato, di un anno imprecisato. E probabilmente per un motivo imprecisato. Se fosse stato uno che passava le giornate a leggere o a scrivere, si sarebbe pensato di lui come di un confinato. Uno sottoposto a restrizioni, per motivi politici o roba simile. Magari un anarchico. Oppure uno di quelli condannati, come diceva mia nonna, al domicilio coatto. Che lei pronunciava tutto attaccato come fosse un'unica parola. Ma signor Roberto non dava nessun segno. Nè la sua parlata toscana, forse aretina, serviva granchè, per investigare sul reale motivo, che poteva portare un essere umano da quelle parti; nel centro del centro dell'isola.  Era sicuramente arrivato già prima che io nascessi, questo è certo, ma se chiedete a chiunque c'era in paese, nessuna versione o data, sembra concordare. Comunque, lui stava lì. Qualche volta al bar, ma molto più spesso, lo si vedeva davanti alla casa in cui abitavano. Seduto su una delle prime sedie a sdraio, arrivate in paese. Comodamente poggiato. Con la sua canottiera, sempre bianchissima.
Che non fosse un miliardario, in fuga dalla notorietà, lo si capi' quando iniziò a fare qualche lavoretto. Possedeva infatti una notevole serie di attrezzi per lavorare il ferro, compresa la seconda saldatrice elettrica del paese (la prima, e fino a quel momento unica, la possedeva e gestiva, come un signorotto feudale, il signor Giovanni). Era bravo, il signor Roberto.  Riusciva a costruire e riparare tutto quello che gli si chiedeva. Lavorava di martello, lima e seghetto, con grande maestria e padronanza. Questo era un forte indizio, per gli investigatori indigeni. Specie per chi aveva già notato che lo straniero, mancava di un paio di falangi delle dita di una mano. Non aveva in realtà un forte spirito imprenditoriale. Accettava e iniziava un nuovo lavoro, quando necessitava di contanti. Spesso il ricavato ottenuto al termine, spariva rapidamente. Per questo, l'intervallo tra un lavoro e l'altro, era proporzionato a quanto aveva guadagnato in precedenza. Come tutti i toscani, era però, lungimirante. Così, non passò molto tempo, che decise di intraprendere anche un'altra attività. In una parte della casa, comparvero delle galline. Decine di galline. Centinaia di galline. Con i suoi attrezzi, costruì anche un grande pollaio, in ferro e vetro. E tutti potevano finalmente avere la carne di pollo, senza aspettare la morìa di quelli domestici. Ricordo ancora l'anziana vicina, rientrare trionfante verso casa, tenendo per il collo la gallina appena acquistata, mostrandola alla comare, che manifestava la sua entusiastica approvazione. Per non parlare dell'encomiabile capacità di porre fine alle sofferenze dell'animale, in modo rapido e indolore. Oppure del tempo passato a sentire le chiacchiere di paese, mentre si procedeva a spiumare il futuro pranzo (e cena) del giorno. L'idea del signor Roberto e il lavoro della signora Anna, insomma, funzionavano. E il pollaio fu ingrandito, per ospitare un maggior numero di pulcini. In paese sarebbe arrivata una colonia di galline, come non se n'erano mai viste. Ma nessuno immaginava che, di lì a poco, un'altra colonia sarebbe arrivata. E anche per loro, si sarebbero dovuti preparare nuovi pollai.

martedì 10 luglio 2012

codogno

Un finestrino rigato dalla condensa della pianura padana, un filtro dello smartphone, ed ecco la vecchia stazione di Codogno, capace di farvi ricordare una vita precedente, ai primi del 900.

milano - linate

 "un giorno saprò dirti perchè mi sento così felice"
Chissà come sapeva che l'autobus dell'aeroporto, quella sera, avrebbe dovuto fare una deviazione, causa incidente stradale. Chissà da chi avrà saputo, che io siedo sempre sul sedile a sinistra, subito dietro l'autista. Certo, sarà stato un caso, che il semaforo rosso, quella sera, durasse piu' a lungo del solito.
Ma appena mi ha visto arrivare, lui era già lì. Pronto. Con il cartello in mano. E mi guardava. Non ho potuto fare altro, che sorridere con lui, mentre il semaforo restava rosso per un tempo infinito. Talmente infinito, da lasciarmi il tempo di scattare una foto con il telefonino. E di continuare a leggere quelle 2 righe gigantesche. E di continuare a sorridere con lui, mentre mi guardava ripartire verso linate.

mercoledì 13 giugno 2012

insetti uno

Ma che ci faccio io,  in un posto pieno di moscerini? Me lo sono chiesto, mentre rientravo al mio convento di clausura part-time. Perché ci sono punti in cui, i pantaloni timberland beige, diventano improvvisamente micro-leopardati. Accade sotto i tuoi occhi, come negli effetti speciali di Indiana Jones. Sono milioni, miliardi, più delle stelle della nebulosa di Andromeda, che vedevo da bambino nell'enciclopedia dei Quindici. E arrivano lì da te. Guidati telepaticamente da un'intelligenza aliena. Sono dovunque e tu non puoi impedire neppure che uno dei missili intelligenti, entri nel centro di comando, per renderti inoffensivo. Centrando perfettamente il tuo occhio, nonostante la tua manovra di difesa, che ti fa tenere gli occhi socchiusi, fingendo che sia per il sole in faccia.  Ma che ci faccio io, qui? In un posto con così tanti moscerini, che ti domandi, come facciamo gli uomini e le donne, ad andare così veloci, in bici, e così sorridenti.  No.  Non mi chiedo che cosa abbiamo da ridere. Mi domando soltanto: ma non gli entreranno troppi moscerini in bocca?

mercoledì 6 giugno 2012

consolazioni

I gerani della signora fulvia sono uno spettacolo; non puoi non fermarti a meravigliarti, almeno un momento. Li ho messi nel mio diario fotografico su facebook, ma non potevo non farveli vedere.

corti racconti

Mia cugina dice che scrivo cose troppo corte. Forse ha ragione. Ultimamente dormo poco.  I racconti, a volte, sono come i cervi di Scivu.  Se vuoi vedere i cervi e i cerbiatti, che scendono verso il mare, per mangiare il sale, occorre sedersi e aspettare. Aspettare che ci sia il silenzio e che il silenzio sia abbastanza lungo. Occorre aspettare che arrivi il crepuscolo, e subito dopo, tenere lo sguardo fisso sui lentischi, sui ginepri, sui minuscoli sentieri, invisibili, tracciati dai cervi, giorno per giorno.  Solo allora,  se ci credi veramente, sentirai qualcosa che somiglia allo stormire delle fronde. Non devi stare immobile. Devi seguirli, guardarli negli occhi, come loro guardano te.  A volte i loro occhi luccicano. Per i romantici del medio campidano, riflettono la luce della luna piena.  Per i turisti milanesi, riflettono le luci del vecchio villaggio Valtur, di Portu Maga, quando passano a fianco dei campi di calcetto, per raggiungere lo stabilimento in concessione (2000 euro l'anno). Ma io volevo solo rispondere a mia cugina. Se volete provare l'emozione, che io non so raccontarvi, prendete la strada per Arbus, e poi cercate la strada per Portu Maga. Andateci quando volete. In una qualunque sera dell'anno. Andateci con chi volete:  romantici appassionati di reincarnazioni,  o veterinari dell'asl, esperti conoscitori di fauna sarda. Ognuno potrà vederci quello che custodisce nella propria anima. Il mio amico Bobore, l'ultima volta che c'è stato, ha tenuto un simposio sulla rappresentazione naturale, della fierezza del popolo sardo, incarnata, a suo dire,  dal cervo mastodontico piazzato davanti a lui. I racconti, invece, hanno bisogno di ritmi calmi, serate lunghe, pause senza tempo. Hanno bisogno di profondi respiri, che svuotano la testa, e di emozioni che la riempiono. Poi bisogna aspettare che arrivino i ricordi. E quando i ricordi, finalmente, arrivano, li devi guardare negli occhi, vedendoci ciò che riflettono. Allora puoi iniziare a raccontare quei ricordi. Sono i tuoi e di nessun altro, perchè, come dice la mia amica Neurologa, "ognuno di noi, fa la plastica facciale alla realtà della vità, adattandola a sè e ai propri desideri".  Cara cugina, come avrai capito, ultimamente non scrivo racconti lunghi, perchè mi perdo facilmente, come nei piccoli sentieri tracciati dai cervi, sulle colline che vanno a Scivu. 

domenica 3 giugno 2012

maestrale due


In questo sole di giugno, sembra così lontano l'inverno. Così tanto, da non sentirne nostalgia. Mentre tornano a farmi compagnia gli uccelli che mi portano i tuoi pensieri.
La mia strada preferita. Dove i colori rossi, gialli e viola non si sono ancora spenti e i papaveri non sono ancora sfioriti, nel caldo della primavera, che diventa estate. Così belli e profumati, che rinuncio a fare una foto, perché non riuscirebbe a dare l'idea della loro emozionante bellezza.
Sono a casa. Sono nel mio sole, nella mia luce e nella mia aria. Nel mio cielo azzurro e pulito. Nel maestrale, che senti anche quando ti dicono che non c'è. Nell'aria profumata di lentischi, anche quando dicono che non c'è.

maestrale uno


Torno qui. Di notte. E sento l'aria diversa. L'aria che mi viene incontro.  Come una canzone d'amore, che racconta storie bellissime. Storie che quell'aria vuole sentirsi raccontare. Storie di pensieri, di sorrisi, di tempo che passa sorridendo. E quell'aria della notte, è così diversa, mentre ti dice di averti aspettato così a lungo.
 "Bentornato a te", che ti guardi intorno, cercando di capire, cosa possa riempire il vuoto lasciato. Non so se sia tu o la Grande Madre, che tutti credono di sentire. Ma so che questa che mi circonda, è una cosa mia. O forse io sono suo. Chissà dove sei. E se ti arrivano le mie piccole lacrime d'emozione.