Mia cugina dice che scrivo cose troppo corte. Forse ha ragione. Ultimamente dormo poco. I racconti, a volte, sono come i cervi di Scivu. Se vuoi vedere i cervi e i cerbiatti, che scendono verso il mare, per mangiare il sale, occorre sedersi e aspettare. Aspettare che ci sia il silenzio e che il silenzio sia abbastanza lungo. Occorre aspettare che arrivi il crepuscolo, e subito dopo, tenere lo sguardo fisso sui lentischi, sui ginepri, sui minuscoli sentieri, invisibili, tracciati dai cervi, giorno per giorno. Solo allora, se ci credi veramente, sentirai qualcosa che somiglia allo stormire delle fronde. Non devi stare immobile. Devi seguirli, guardarli negli occhi, come loro guardano te. A volte i loro occhi luccicano. Per i romantici del medio campidano, riflettono la luce della luna piena. Per i turisti milanesi, riflettono le luci del vecchio villaggio Valtur, di Portu Maga, quando passano a fianco dei campi di calcetto, per raggiungere lo stabilimento in concessione (2000 euro l'anno). Ma io volevo solo rispondere a mia cugina. Se volete provare l'emozione, che io non so raccontarvi, prendete la strada per Arbus, e poi cercate la strada per Portu Maga. Andateci quando volete. In una qualunque sera dell'anno. Andateci con chi volete: romantici appassionati di reincarnazioni, o veterinari dell'asl, esperti conoscitori di fauna sarda. Ognuno potrà vederci quello che custodisce nella propria anima. Il mio amico Bobore, l'ultima volta che c'è stato, ha tenuto un simposio sulla rappresentazione naturale, della fierezza del popolo sardo, incarnata, a suo dire, dal cervo mastodontico piazzato davanti a lui. I racconti, invece, hanno bisogno di ritmi calmi, serate lunghe, pause senza tempo. Hanno bisogno di profondi respiri, che svuotano la testa, e di emozioni che la riempiono. Poi bisogna aspettare che arrivino i ricordi. E quando i ricordi, finalmente, arrivano, li devi guardare negli occhi, vedendoci ciò che riflettono. Allora puoi iniziare a raccontare quei ricordi. Sono i tuoi e di nessun altro, perchè, come dice la mia amica Neurologa, "ognuno di noi, fa la plastica facciale alla realtà della vità, adattandola a sè e ai propri desideri". Cara cugina, come avrai capito, ultimamente non scrivo racconti lunghi, perchè mi perdo facilmente, come nei piccoli sentieri tracciati dai cervi, sulle colline che vanno a Scivu.
mercoledì 6 giugno 2012
domenica 3 giugno 2012
maestrale due

In questo sole di giugno, sembra così lontano l'inverno. Così tanto, da non sentirne nostalgia. Mentre tornano a farmi compagnia gli uccelli che mi portano i tuoi pensieri.
La mia strada preferita. Dove i colori rossi, gialli e viola non si sono ancora spenti e i papaveri non sono ancora sfioriti, nel caldo della primavera, che diventa estate. Così belli e profumati, che rinuncio a fare una foto, perché non riuscirebbe a dare l'idea della loro emozionante bellezza.Sono a casa. Sono nel mio sole, nella mia luce e nella mia aria. Nel mio cielo azzurro e pulito. Nel maestrale, che senti anche quando ti dicono che non c'è. Nell'aria profumata di lentischi, anche quando dicono che non c'è.
maestrale uno
Torno qui. Di notte. E sento l'aria diversa. L'aria che mi viene incontro. Come una canzone d'amore, che racconta storie bellissime. Storie che quell'aria vuole sentirsi raccontare. Storie di pensieri, di sorrisi, di tempo che passa sorridendo. E quell'aria della notte, è così diversa, mentre ti dice di averti aspettato così a lungo.
"Bentornato a te", che ti guardi intorno, cercando di capire, cosa possa riempire il vuoto lasciato. Non so se sia tu o la Grande Madre, che tutti credono di sentire. Ma so che questa che mi circonda, è una cosa mia. O forse io sono suo. Chissà dove sei. E se ti arrivano le mie piccole lacrime d'emozione.
martedì 29 maggio 2012
lampadari
Non ho mai dato molta importanza ai lampadari. Dopo 10 anni, non ho neppure finito di metterli in tutte le stanza della casa, lasciando appese delle lampadine minimaliste. Ma in questi giorni, non faccio altro che guardarli, ogni volta che entro in una stanza, in un ufficio, in un bar. Dovunque cerco di capire subito, dove si trova il lampadario. Così, se mi sembra di avere un pò di vertigini, posso subito scoprire se invece, non sia un'altra scossa di terremoto. Perchè, per un sardo, l'unica differenza tra un calo di zuccheri, un camion che passa, e una scossa tellurica, .....è il lampadario che oscilla.
bach & don camillo
mercoledì 16 maggio 2012
deviazioni in musica
Premessa: come dico sempre, la "e" non si mette all'inizio di una frase; ma oggi è andata diversamente. E scusate per la sintassi.
Come sempre capita, ci sono deviazioni inconsuete, che fanno apparire le coincidenze e il caso, del tutto inafferrabili, ai nostri tentativi di spiegare ogni cosa con la ragione. Il che, detto in parole povere, significa che stasera ho fatto una deviazione, rispetto al solito percorso, per rientrare a casa. E mi sono ritrovato davanti alla piazza del Teatro Municipale che, di solito, a quell'ora, è sconsolatamente vuota. Oggi invece, quel movimento di essere umani, ha attirato la mia curiosa attenzione, che pure era già rassegnata, alla scelta delle preferenze per la cena. E' nata così, una serata imprevista e inaspettata, per la quale non ho avuto neppure un dubbio e neppure per un istante. E' nato così, il racconto delle emozioni di una serata imprevista e inaspettata, da dedicare a una ragazza, che si emoziona ancora nel vedere gli occhi lucidi della madre, al balletto dell'opera.
Ci sono così tante cose, in una serata come questa. E' difficile raccontare l'oboe di Gershwin (lo confesso: ho dovuto guardare su wikipedia per essere sicuro di scrivere giusto), o le braccia morbidamente muscolose, della viola di seconda e terza fila. Il tamburo, che viene scosso da uno mingherlino che non te l'aspetteresti, e che sembra un domatore di leoni, mentre tiene a bada la belva feroce, pronta a travolgerlo. Oppure, provateci voi, a descrivere gli archi che si muovono, come le onde del mare. O Giuseppe Verdi che ricorda Giuseppe Tornatore.
Un'ora così, passa in fretta. La pausa arriva in un battibaleno. Io e un bel pò di altra gente, restiamo seduti in poltrona, a goderci quel bel posto, tutto rosso e oro. Restano anche i signori, nella fila davanti a me. E parlano tanto, come si dice che facciano i continentali del nord. La prima signora fa la critica alla Scala (di Milano). L'amica usa il Guglielmo Tell di Rossini, per il giusto ritmo con la ciclette. E l'altra, sostiene con grande convinzione, che Verdi, alla fin fine, è troppo fracassone. L'ultima, ci tiene a dire che ha fatto il film di un matrimonio, con la musica di chaikowsky (e anche questo, per sicurezza, l'ho dovuto guardare su wikipedia, perchè di notte, non si è mai sicuri di nulla...).
Poi si ricomincia. E' un'orchestra giovane. Ci sono tutti i giovani amici dei musicisti sul palco, che fanno i partigiani. E si vede: fanno l'applauso piu' forte al loro amico. Come da maria de filippi. Ma questa è un'Italia piu' colta.
Arrivano i violini di Guerre Stellari, che sembrano entrarti dentro; piu' potenti perfino, delle onde sonore dei contrabbassi. Puoi emozionarti con Guerre Stellari, ma di più con i sorrisi di tutti quei ragazzi in piedi, quasi increduli, a ringraziare dell'applauso finale. Poi, certo, ci sono un sacco di altre belle cose: la risata della viola di seconda fila, cosi bella circondata dai suoi ricci scuri; la figacciona del violino di terza fila; il primo violino che pare carlo d'inghilterra; l'orecchino luccicante del violino della seconda fila.
E finalmente, nel bis, i ragazzi si lanciano. Sono piu' rilassati e finalmente sorridenti. Alla fine, si gioca. Non si capisce chi ci provi piu' gusto. Se il pubblico a chiedere il terzo bis, o i ragazzi sul palco a concederlo...
E quando il concerto finisce, si danno appuntamento alla piadineria. Io mi godo l'uscita dei ragazzi musicisti. Allegri, vocianti, con i loro strumenti, di qualunque dimensione, a tracolla sulle loro biciclette (avete mai visto un contrabbasso su due ruote?).
martedì 8 maggio 2012
il racconto ritrovato
Capita a tutti. In questi giorni uso molto il mio notes, ma lo uso piu' per comunicare, che per scrivere. Dipenderà anche dal fatto che non trovo (o non cerco) gli spazi di silenziosa lettura, che mi consentono di poter raccogliere i pensieri. Ogni tanto riesco a fermarmi, per raccogliere qualche piccolo frammento lasciato dentro la valigia da viaggio. Oggi ne ho trovato uno piuttosto breve. L'ho citato ricordando il mio professore di italiano e latino, secondo cui, ero uno straordinario "contafrottole". Ho citato tempo fa, il mio maestro di italiano e questo ricordo in particolare, dedicandolo a una persona speciale.
"E cosi' ti racconto una storia. Baunei è un paese costruito sul fianco di una vallata, originata da una
parte franata di un altopiano. Se attraversi tutto il paese, trovi una strada
fatta solo di tornanti. Se la percorri tutta, ti trovi all'improvviso, davanti a quello che
chiamano "il golgo". E' un altopiano incredibile: totalmente piatto e sterminato. Pochi cespugli
e i pochi alberi servono a circondare una radura. Se ti fermi a guardare, ti accorgerai
che al centro di quella radura, ci sono rocce aguzze, che sembrano spuntare dalla
terra polverosa. E invece...no. C'è un vuoto in mezzo a quelle rocce. Se ti avvicini, piano piano ti
accorgi che quel vuoto è molto piu' profondo di quanto ti aspetti. E se
guardi, cercando di scorgere il fondo.... non ci riuscirai! E se getti una
piccola pietra, non sentirai nulla. E se fissi quel vuoto, sentirai la
vertigine. E se leggi una scritta sulla pietra, scoprirai che nel 1972, un ragazzo
tedesco, preso dalla vertigine, ha deciso di lasciarsi andare per sempre. E se
continui a fissare quel vuoto, ti sembra di capire quel ragazzo. E se ti dicono che non è vero. Se ti giurano che è stata una semplice disgrazia, tu non
ci credere. Ma ascolta quello che dice Sebastiano Incollu di Baunei: nessuno
cade dentro "la voragine" per disgrazia. Neppure la fanciulla che doveva
essere sacrificata e per la quale, poco distante, fu costruita la chiesa bianca
che domina tutto l'altipiano."
Le storie non sono mai come ci sembrano. Non sono neppure come sono. Ognuno di noi le ricorda come le preferisce. E poco importa se le ricordiamo del tutto diverse da come gli altri le ricordano.
giovedì 22 marzo 2012
il profeta e il filosofo
"Amore e dubbio non si sono mai rivolti la parola" (Kahlil Gibran)
Non chiedetemi perchè oggi, invece di una storia, ho voluto far leggere queste parole messe in fila. Le ho trovate per un puro caso. Anche se, non posso certo dimenticare che, una mia amica, dice sempre di ricordare le parole del suo filosofo preferito: Oogway. "Il caso non esiste". Io invece, cito spesso un altro filosofo, che mi meraviglia per la sua ruvida saggezza. Anche lui ha pensato al caso, che talvolta sembra governare le nostre vite. "Il vento gira dove gli pare a lui". Se non l'avete riconosciuto, procuratevi un'enciclopedia della filosofia e andate alla lettera U. "U" di Urgu. Del Caso e delle Coincidenze, ve ne racconterò un'altra volta. Se sarà il caso.
sabato 17 marzo 2012
jeans, bretelle & pizze
Guardo i ragazzi che entrano in pizzeria per ordinare. Guardo con attenzione, che spero non venga confusa con altro genere di interesse, i loro jeans. E mi viene in mente che, da piccolo, non sopportavo molto l'idea che mia madre mi volesse mettere ''i tiranti''. Che non erano niente a che vedere con i ponti sullo stretto o altre opere di ingegneria. Non so perché le chiamassero così.... le bretelle. Sta di fatto che l'affettuosa motivazione, che mia madre adduceva, era che ero troppo magro e i miei pantaloni, senza quell'adeguato sostegno, mi sarebbero scesi alle ginocchia, mentre camminavo o giocavo. A quell'età, io ero decisamente meno spudorato di come lo sia adesso, e quindi... accettavo l'aiuto della tecnologia elastica. Adesso, nell'A.D. 2012, guardo questi jeans, cosi instabili, cosi' pericolosamente pronti a cadere, seguendo le immutabili leggi della gravità terrestre. Li guardo, cercando di percepire quell'invisibile punto d'appoggio, quel vero e proprio "punto di non ritorno", oltre il quale potrebbero scendere miseramente, irrimediabilmente, definitivamente, verso le ginocchia dell'occasionale indossatore. Insomma, voglio dire, che occorre una buona prestanza fisica, per poter tenere i glutei in costante contrattura, al fine di tenere in posizioni cosi' estreme, la cintola del pantalone. Mentre aspetto 2 pizze patatine e wurstel, riesco persino a immaginare, che la palestra a fianco di Faby's, organizzi appositi corsi per tonificare i glutei, come si fa per appiattire gli addominali. E negli ultimi 2 minuti d'attesa, mi ritorna in mente quello che mi ha raccontato la mia amatissima Joyce. In realtà, la prima volta che i jeans "ribassati", sono apparsi in una sfilata di moda, era in occasione della presentazione di una collezione di CK. In quell'occasione, come sempre accade, esisteva un argomento a cui il creatore di moda si ispirava. I jeans portati estremamente in basso sulla vita, erano una provocatoria citazione, di quello che molti, negli Stati Uniti, sanno benissimo. Nelle carceri statunitensi, esistono, come dappertutto, dei codici di comunicazione non verbale. Uno di questi, riguardava la segnalazione ai compagni di detenzione, della propria disponibilità a rapporti di un tipo ben preciso. Il segnale, inconfondibile, era proprio il portare i pantaloni talmente bassi in vita, da fare intravvedere quello che abitualmente si chiama "fondo schiena" e parzialmente anche la parte immediatamente inferiore. Chissà se tutti quei ragazzi in pizzeria, che ordinavano un panino "poldo", conoscono questa storia. Chissà se sanno di portare addosso un bel segnale di ....disponibilità. E chissà cosa avranno pensato di me, mentre uscivo ridacchiando, con 2 scatole di pizze patatine e wurstel, in mano.
mercoledì 7 marzo 2012
occhi scuri
La mia amica dell'Ikea, mi ha inviato una foto. Senza commenti. In un bianco e nero, che ricorda i fantasmi (e infatti ha solo scritto un titolo: "presenze"). E' la foto di un viale alberato, all'ingresso di un ospedale. E mi ha ricordato un'altra foto, che ogni tanto guardo, con una tenerezza che mi stringe il cuore. Non ricordo piu' il racconto che faceva mia madre. Perchè mia nonna, invece, non me lo ha mai voluto raccontare. Sicuramente, non lo ha mai voluto fare, per lo stesso motivo per cui aveva bruciato i quaderni neri, pieni di appunti e poesie, legati tra loro con lo spago fino, come fossero rilegati per resistere al tempo. Come dovrebbero resistere i matrimoni. Non so neppure se, davvero, lui sia stato in quell'ospedale. Ricordo solo quell'unica sua foto. Quella di un uomo, seduto su una sedia impagliata, con gli schienali in legno. Come quelle sedie che, un tempo, si portavano da casa, per andare in piazza Santa Maria, e poter ascoltare comodi, i poeti improvvisatori, sul palco della festa di mezzagosto. Lui è lì, seduto in un cortile d'ospedale. Con in testa un cappello a bustina, di quelli che mettevano i soldati, quando non andavano in guerra. Una giubba non troppo pesante. Pantaloni non troppo leggeri. Troppo stropicciati, per uno abituato a essere sempre vestito con cura. E gli scarponi slacciati. Forse troppo scomodi, per un calzolaio, abituato a cucirli da sè. E poi le sue mani, poggiate una sull'altra, a cercare riposo sopra le gambe. E infine, il capo, ostinatamente diritto, sulle spalle ormai curve, per evitare il riflesso del sole negli occhi scuri. O forse per non incrociare, nell'obbiettivo della macchina fotografica, lo sguardo delle persone amate, a cui scrivere, sul retro della carta ferrania, quelle poche, stanche, parole di saluto. Qui mi cureranno bene.
Non so se, davvero, la tua nonna, abbia mai incrociato, nell'ospedale, quell'uomo seduto nel cortile. Ho immaginato che potesse essere vero. Ho cercato di vederlo negli occhi scuri, dentro una foto di donna bellissima. Ho creduto di sentirli, mentre si raccontavano delle loro sofferenze, delle cure, delle ansie. Come nei libri di Milena Agus. Cercando una mano da stringere, nei momenti di paura. E allora, ho ripensato alla foto della mia amica dell'Ikea. E ho pensato che quei passi vuoti, nella neve di un viale alberato, fossero di qualcuno che non ho mai conosciuto. Di cui non ricordo la storia.
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