Non ho mai dato molta importanza ai lampadari. Dopo 10 anni, non ho neppure finito di metterli in tutte le stanza della casa, lasciando appese delle lampadine minimaliste. Ma in questi giorni, non faccio altro che guardarli, ogni volta che entro in una stanza, in un ufficio, in un bar. Dovunque cerco di capire subito, dove si trova il lampadario. Così, se mi sembra di avere un pò di vertigini, posso subito scoprire se invece, non sia un'altra scossa di terremoto. Perchè, per un sardo, l'unica differenza tra un calo di zuccheri, un camion che passa, e una scossa tellurica, .....è il lampadario che oscilla.
martedì 29 maggio 2012
bach & don camillo
mercoledì 16 maggio 2012
deviazioni in musica
Premessa: come dico sempre, la "e" non si mette all'inizio di una frase; ma oggi è andata diversamente. E scusate per la sintassi.
Come sempre capita, ci sono deviazioni inconsuete, che fanno apparire le coincidenze e il caso, del tutto inafferrabili, ai nostri tentativi di spiegare ogni cosa con la ragione. Il che, detto in parole povere, significa che stasera ho fatto una deviazione, rispetto al solito percorso, per rientrare a casa. E mi sono ritrovato davanti alla piazza del Teatro Municipale che, di solito, a quell'ora, è sconsolatamente vuota. Oggi invece, quel movimento di essere umani, ha attirato la mia curiosa attenzione, che pure era già rassegnata, alla scelta delle preferenze per la cena. E' nata così, una serata imprevista e inaspettata, per la quale non ho avuto neppure un dubbio e neppure per un istante. E' nato così, il racconto delle emozioni di una serata imprevista e inaspettata, da dedicare a una ragazza, che si emoziona ancora nel vedere gli occhi lucidi della madre, al balletto dell'opera.
Ci sono così tante cose, in una serata come questa. E' difficile raccontare l'oboe di Gershwin (lo confesso: ho dovuto guardare su wikipedia per essere sicuro di scrivere giusto), o le braccia morbidamente muscolose, della viola di seconda e terza fila. Il tamburo, che viene scosso da uno mingherlino che non te l'aspetteresti, e che sembra un domatore di leoni, mentre tiene a bada la belva feroce, pronta a travolgerlo. Oppure, provateci voi, a descrivere gli archi che si muovono, come le onde del mare. O Giuseppe Verdi che ricorda Giuseppe Tornatore.
Un'ora così, passa in fretta. La pausa arriva in un battibaleno. Io e un bel pò di altra gente, restiamo seduti in poltrona, a goderci quel bel posto, tutto rosso e oro. Restano anche i signori, nella fila davanti a me. E parlano tanto, come si dice che facciano i continentali del nord. La prima signora fa la critica alla Scala (di Milano). L'amica usa il Guglielmo Tell di Rossini, per il giusto ritmo con la ciclette. E l'altra, sostiene con grande convinzione, che Verdi, alla fin fine, è troppo fracassone. L'ultima, ci tiene a dire che ha fatto il film di un matrimonio, con la musica di chaikowsky (e anche questo, per sicurezza, l'ho dovuto guardare su wikipedia, perchè di notte, non si è mai sicuri di nulla...).
Poi si ricomincia. E' un'orchestra giovane. Ci sono tutti i giovani amici dei musicisti sul palco, che fanno i partigiani. E si vede: fanno l'applauso piu' forte al loro amico. Come da maria de filippi. Ma questa è un'Italia piu' colta.
Arrivano i violini di Guerre Stellari, che sembrano entrarti dentro; piu' potenti perfino, delle onde sonore dei contrabbassi. Puoi emozionarti con Guerre Stellari, ma di più con i sorrisi di tutti quei ragazzi in piedi, quasi increduli, a ringraziare dell'applauso finale. Poi, certo, ci sono un sacco di altre belle cose: la risata della viola di seconda fila, cosi bella circondata dai suoi ricci scuri; la figacciona del violino di terza fila; il primo violino che pare carlo d'inghilterra; l'orecchino luccicante del violino della seconda fila.
E finalmente, nel bis, i ragazzi si lanciano. Sono piu' rilassati e finalmente sorridenti. Alla fine, si gioca. Non si capisce chi ci provi piu' gusto. Se il pubblico a chiedere il terzo bis, o i ragazzi sul palco a concederlo...
E quando il concerto finisce, si danno appuntamento alla piadineria. Io mi godo l'uscita dei ragazzi musicisti. Allegri, vocianti, con i loro strumenti, di qualunque dimensione, a tracolla sulle loro biciclette (avete mai visto un contrabbasso su due ruote?).
martedì 8 maggio 2012
il racconto ritrovato
Capita a tutti. In questi giorni uso molto il mio notes, ma lo uso piu' per comunicare, che per scrivere. Dipenderà anche dal fatto che non trovo (o non cerco) gli spazi di silenziosa lettura, che mi consentono di poter raccogliere i pensieri. Ogni tanto riesco a fermarmi, per raccogliere qualche piccolo frammento lasciato dentro la valigia da viaggio. Oggi ne ho trovato uno piuttosto breve. L'ho citato ricordando il mio professore di italiano e latino, secondo cui, ero uno straordinario "contafrottole". Ho citato tempo fa, il mio maestro di italiano e questo ricordo in particolare, dedicandolo a una persona speciale.
"E cosi' ti racconto una storia. Baunei è un paese costruito sul fianco di una vallata, originata da una
parte franata di un altopiano. Se attraversi tutto il paese, trovi una strada
fatta solo di tornanti. Se la percorri tutta, ti trovi all'improvviso, davanti a quello che
chiamano "il golgo". E' un altopiano incredibile: totalmente piatto e sterminato. Pochi cespugli
e i pochi alberi servono a circondare una radura. Se ti fermi a guardare, ti accorgerai
che al centro di quella radura, ci sono rocce aguzze, che sembrano spuntare dalla
terra polverosa. E invece...no. C'è un vuoto in mezzo a quelle rocce. Se ti avvicini, piano piano ti
accorgi che quel vuoto è molto piu' profondo di quanto ti aspetti. E se
guardi, cercando di scorgere il fondo.... non ci riuscirai! E se getti una
piccola pietra, non sentirai nulla. E se fissi quel vuoto, sentirai la
vertigine. E se leggi una scritta sulla pietra, scoprirai che nel 1972, un ragazzo
tedesco, preso dalla vertigine, ha deciso di lasciarsi andare per sempre. E se
continui a fissare quel vuoto, ti sembra di capire quel ragazzo. E se ti dicono che non è vero. Se ti giurano che è stata una semplice disgrazia, tu non
ci credere. Ma ascolta quello che dice Sebastiano Incollu di Baunei: nessuno
cade dentro "la voragine" per disgrazia. Neppure la fanciulla che doveva
essere sacrificata e per la quale, poco distante, fu costruita la chiesa bianca
che domina tutto l'altipiano."
Le storie non sono mai come ci sembrano. Non sono neppure come sono. Ognuno di noi le ricorda come le preferisce. E poco importa se le ricordiamo del tutto diverse da come gli altri le ricordano.
giovedì 22 marzo 2012
il profeta e il filosofo
"Amore e dubbio non si sono mai rivolti la parola" (Kahlil Gibran)
Non chiedetemi perchè oggi, invece di una storia, ho voluto far leggere queste parole messe in fila. Le ho trovate per un puro caso. Anche se, non posso certo dimenticare che, una mia amica, dice sempre di ricordare le parole del suo filosofo preferito: Oogway. "Il caso non esiste". Io invece, cito spesso un altro filosofo, che mi meraviglia per la sua ruvida saggezza. Anche lui ha pensato al caso, che talvolta sembra governare le nostre vite. "Il vento gira dove gli pare a lui". Se non l'avete riconosciuto, procuratevi un'enciclopedia della filosofia e andate alla lettera U. "U" di Urgu. Del Caso e delle Coincidenze, ve ne racconterò un'altra volta. Se sarà il caso.
sabato 17 marzo 2012
jeans, bretelle & pizze
Guardo i ragazzi che entrano in pizzeria per ordinare. Guardo con attenzione, che spero non venga confusa con altro genere di interesse, i loro jeans. E mi viene in mente che, da piccolo, non sopportavo molto l'idea che mia madre mi volesse mettere ''i tiranti''. Che non erano niente a che vedere con i ponti sullo stretto o altre opere di ingegneria. Non so perché le chiamassero così.... le bretelle. Sta di fatto che l'affettuosa motivazione, che mia madre adduceva, era che ero troppo magro e i miei pantaloni, senza quell'adeguato sostegno, mi sarebbero scesi alle ginocchia, mentre camminavo o giocavo. A quell'età, io ero decisamente meno spudorato di come lo sia adesso, e quindi... accettavo l'aiuto della tecnologia elastica. Adesso, nell'A.D. 2012, guardo questi jeans, cosi instabili, cosi' pericolosamente pronti a cadere, seguendo le immutabili leggi della gravità terrestre. Li guardo, cercando di percepire quell'invisibile punto d'appoggio, quel vero e proprio "punto di non ritorno", oltre il quale potrebbero scendere miseramente, irrimediabilmente, definitivamente, verso le ginocchia dell'occasionale indossatore. Insomma, voglio dire, che occorre una buona prestanza fisica, per poter tenere i glutei in costante contrattura, al fine di tenere in posizioni cosi' estreme, la cintola del pantalone. Mentre aspetto 2 pizze patatine e wurstel, riesco persino a immaginare, che la palestra a fianco di Faby's, organizzi appositi corsi per tonificare i glutei, come si fa per appiattire gli addominali. E negli ultimi 2 minuti d'attesa, mi ritorna in mente quello che mi ha raccontato la mia amatissima Joyce. In realtà, la prima volta che i jeans "ribassati", sono apparsi in una sfilata di moda, era in occasione della presentazione di una collezione di CK. In quell'occasione, come sempre accade, esisteva un argomento a cui il creatore di moda si ispirava. I jeans portati estremamente in basso sulla vita, erano una provocatoria citazione, di quello che molti, negli Stati Uniti, sanno benissimo. Nelle carceri statunitensi, esistono, come dappertutto, dei codici di comunicazione non verbale. Uno di questi, riguardava la segnalazione ai compagni di detenzione, della propria disponibilità a rapporti di un tipo ben preciso. Il segnale, inconfondibile, era proprio il portare i pantaloni talmente bassi in vita, da fare intravvedere quello che abitualmente si chiama "fondo schiena" e parzialmente anche la parte immediatamente inferiore. Chissà se tutti quei ragazzi in pizzeria, che ordinavano un panino "poldo", conoscono questa storia. Chissà se sanno di portare addosso un bel segnale di ....disponibilità. E chissà cosa avranno pensato di me, mentre uscivo ridacchiando, con 2 scatole di pizze patatine e wurstel, in mano.
mercoledì 7 marzo 2012
occhi scuri
La mia amica dell'Ikea, mi ha inviato una foto. Senza commenti. In un bianco e nero, che ricorda i fantasmi (e infatti ha solo scritto un titolo: "presenze"). E' la foto di un viale alberato, all'ingresso di un ospedale. E mi ha ricordato un'altra foto, che ogni tanto guardo, con una tenerezza che mi stringe il cuore. Non ricordo piu' il racconto che faceva mia madre. Perchè mia nonna, invece, non me lo ha mai voluto raccontare. Sicuramente, non lo ha mai voluto fare, per lo stesso motivo per cui aveva bruciato i quaderni neri, pieni di appunti e poesie, legati tra loro con lo spago fino, come fossero rilegati per resistere al tempo. Come dovrebbero resistere i matrimoni. Non so neppure se, davvero, lui sia stato in quell'ospedale. Ricordo solo quell'unica sua foto. Quella di un uomo, seduto su una sedia impagliata, con gli schienali in legno. Come quelle sedie che, un tempo, si portavano da casa, per andare in piazza Santa Maria, e poter ascoltare comodi, i poeti improvvisatori, sul palco della festa di mezzagosto. Lui è lì, seduto in un cortile d'ospedale. Con in testa un cappello a bustina, di quelli che mettevano i soldati, quando non andavano in guerra. Una giubba non troppo pesante. Pantaloni non troppo leggeri. Troppo stropicciati, per uno abituato a essere sempre vestito con cura. E gli scarponi slacciati. Forse troppo scomodi, per un calzolaio, abituato a cucirli da sè. E poi le sue mani, poggiate una sull'altra, a cercare riposo sopra le gambe. E infine, il capo, ostinatamente diritto, sulle spalle ormai curve, per evitare il riflesso del sole negli occhi scuri. O forse per non incrociare, nell'obbiettivo della macchina fotografica, lo sguardo delle persone amate, a cui scrivere, sul retro della carta ferrania, quelle poche, stanche, parole di saluto. Qui mi cureranno bene.
Non so se, davvero, la tua nonna, abbia mai incrociato, nell'ospedale, quell'uomo seduto nel cortile. Ho immaginato che potesse essere vero. Ho cercato di vederlo negli occhi scuri, dentro una foto di donna bellissima. Ho creduto di sentirli, mentre si raccontavano delle loro sofferenze, delle cure, delle ansie. Come nei libri di Milena Agus. Cercando una mano da stringere, nei momenti di paura. E allora, ho ripensato alla foto della mia amica dell'Ikea. E ho pensato che quei passi vuoti, nella neve di un viale alberato, fossero di qualcuno che non ho mai conosciuto. Di cui non ricordo la storia.
lunedì 27 febbraio 2012
Milano Centrale - Bologna Centrale
MILANO CENTRALE
Una volta, ho letto che gli "occhiali rosa", che mettiamo in certi periodi della vita, modificano veramente tutto ciò che vediamo intorno a noi, rendendolo diverso, almeno ai nostri occhi. Trovo di un fascino imbarazzante, persino il groviglio di fili, pali, luci e cartelli, che si intrecciano allo sguardo, mentre esco dalla stazione di Milano, e mentre cerco di immaginare cosa fossero, quelle vecchie stazioni con le loro tettoie disegnate e forgiate. E così, nel tempo che impiego a scrivere i miei pensieri ferroviari, alzo lo sguardo nuovamente, per scoprire di essere già alla piccola stazione successiva. Lambrate. Dove niente parla di ciò che era. Solo presente. Solo un momento di passaggio. Nulla che chieda per sé, un briciolo delle mie emozioni. Tutte ferme lì. A Milano. Impigliate nel groviglio di fili, pali, luci e cartelli.
ROGOREDO
Chissà perché, mi sembra che le ragazzine e i ragazzini di Piacenza, mi appaiano meno "belli" di quelli che puoi incontrare a Bologna. Anzi, quando il treno si ferma alla stazione di Rogoredo, ti sembra che le ragazzine e i ragazzini, che salgono in direzione Bologna, siano già più belli, più felici.
LODI
É come se questa terra, volesse fare una promessa. Farmi vedere, in questo anticipo di sole, come potrà essere la primavera, nella pianura piatta. Dove risaltano quelle fattorie. Bellissime. Non puoi dire di avere mai visto una fattoria, se non hai visto brillare quei casali, delineati da una striscia piatta alla base, e dagli alberi alti e spogli nella verticale. Come i disegni a china, che mi facevano fare da ragazzino.
PIACENZA
Mi piace lasciare lo scompartimento, un quarto d'ora prima dell'arrivo. Lascio il suono ovattato della prima classe, per sentire il rumore del vagone, che scorre sui binari. È un suono più adatto al panorama della pianura, che scivola dai finestrini.
"Potresti mancarmi. Senza nessun altro motivo, che non sia la curiosità di scoprire."
Una volta, ho letto che gli "occhiali rosa", che mettiamo in certi periodi della vita, modificano veramente tutto ciò che vediamo intorno a noi, rendendolo diverso, almeno ai nostri occhi. Trovo di un fascino imbarazzante, persino il groviglio di fili, pali, luci e cartelli, che si intrecciano allo sguardo, mentre esco dalla stazione di Milano, e mentre cerco di immaginare cosa fossero, quelle vecchie stazioni con le loro tettoie disegnate e forgiate. E così, nel tempo che impiego a scrivere i miei pensieri ferroviari, alzo lo sguardo nuovamente, per scoprire di essere già alla piccola stazione successiva. Lambrate. Dove niente parla di ciò che era. Solo presente. Solo un momento di passaggio. Nulla che chieda per sé, un briciolo delle mie emozioni. Tutte ferme lì. A Milano. Impigliate nel groviglio di fili, pali, luci e cartelli.
ROGOREDO
Chissà perché, mi sembra che le ragazzine e i ragazzini di Piacenza, mi appaiano meno "belli" di quelli che puoi incontrare a Bologna. Anzi, quando il treno si ferma alla stazione di Rogoredo, ti sembra che le ragazzine e i ragazzini, che salgono in direzione Bologna, siano già più belli, più felici.
LODI
É come se questa terra, volesse fare una promessa. Farmi vedere, in questo anticipo di sole, come potrà essere la primavera, nella pianura piatta. Dove risaltano quelle fattorie. Bellissime. Non puoi dire di avere mai visto una fattoria, se non hai visto brillare quei casali, delineati da una striscia piatta alla base, e dagli alberi alti e spogli nella verticale. Come i disegni a china, che mi facevano fare da ragazzino.
PIACENZA
Mi piace lasciare lo scompartimento, un quarto d'ora prima dell'arrivo. Lascio il suono ovattato della prima classe, per sentire il rumore del vagone, che scorre sui binari. È un suono più adatto al panorama della pianura, che scivola dai finestrini.
"Potresti mancarmi. Senza nessun altro motivo, che non sia la curiosità di scoprire."
mercoledì 15 febbraio 2012
bianca & fine,fine,fine
Il mio primo ricordo della neve, è un cortile imbiancato. E' anche il mio primo pupazzo, bianco e altissimo, come può esserlo per un bambino di 4 anni. Una gigantesca palla di neve, con gli occhi di pietra e un rametto per sorridere. Un cortile tutto bianco, se non per il nero degli abiti di mia nonna. E' strano che tra i ricordi di quella nevicata, non ci sia il ricordo del freddo. Tutte le giornate di neve, dovrebbero essere fredde, anzi freddissime.
Una mia amica, sostiene che la neve sia bellissima da guardare, ma troppo fredda per giocarci. Io non riesco a crederci, perchè da sempre, me l'immagino vestita di nero, rotolare in mezzo al bianco di un giardino d'inverno. Sono sicuro che se ci provasse, non smetterebbe più, fino a ritrovarsi ferma in mezzo agli alberi, distesa, a sorridere. Credo che gli alberi non smetterebbero di guardare il sorriso da bambina, felicemente perduta nella neve. E magari, qualche fiocco di neve, scenderebbe a baciarla.
Perchè certe nevicate, sono diverse dalle altre. Ci cammini in mezzo, e sei sicuro che quei fiocchi non ti bagneranno. Non resisti a infilare i tuoi scarponi in quella morbida nuvola bianca. Non puoi evitare di dare la forma a una gigantesca palla di neve, con gli occhi di pietra e un rametto per sorridere.
Perchè certe nevicate, sono diverse dalle altre e tu, devi solo evitare di guardare il riflesso nelle vetrine, per non scoprire che ora, sei più alto del tuo primo pupazzo di neve.
giovedì 9 febbraio 2012
alberi e biciclette
Ho deciso che, ogni tanto, cioè quando sarò dell'umore, tirerò fuori le storie, che mi vengono in mente, di quella che fu l'età dell'oro, per un paese che si trova esattamente all'incrocio dei pali. Credo che li chiamerò "Storie di Petrolchimica"
Il primo di questi ricordi, ho deciso di chiamarlo "Alberi e biciclette. Ovvero: di come la bicicletta Graziella di Gianlucio, finì sopra l'albero piu' alto della piazza San Nicolò". Un mistero che nessuno ha mai svelato. Gelosamente custodito dall'esecutore, o esecutori materiali. Perchè non si è mai saputo neppure se, chi avesse portato a termine quella fulminea operazione, fosse da solo o una vera associazione a delinquere, ....pardon "ad appendere". Ricordo ancora chiaramente, quella splendida fusoliera rossa fiammante, con i cerchi scintillanti alla luce delle prime lampade a fluorescenza, della piazza di fronte alla chiesa. Stava lì, beatamente galleggiante, sulle fronde dell'alberello, disposto in mezzo allo svincolo, nella posizione migliore per poter essere ammirata, da ogni angolo della piazza. Chi passava, in quella serata di fine maggio, ma anche chi si era posato distratto sulla panchina, senza farci caso, impiegava diversi minuti a riprendersi dallo stupore. Ammaliato da una visione inaspettata. Incredulo di quella situazione che sembrava sfidare la fisica. Come per le piramidi egizie, per le pietre di Stonehenge, o per i meno universali nuraghi, nessuno riusciva a trovare una spiegazione ragionevole, sul metodo utilizzato per il posizionamento del trabiccolo, nella parte piu' alta e irraggiungibile dell'albero. Nè tantomeno, a quei tempi, si conosceva alcun esperto lanciatore di biciclette, che fosse dotato di tale millimetrica precisione. L'unico virtualmente capace di tali lanci, era Donatello. Ma lui lanciava pietre. Una bicicletta non sarebbe stata alla sua portata. Senza contare, oltre alla rapidità di esecuzione e all'assenza di testimoni, anche l'audacia della sfida a un ribollente proprietario, certo di avere individuato il responsabile con precisione, pur se con una approssimazione di circa cento nomi di indiziati. Credo che, se per caso, quella sera, qualcuno avesse visto turisti americani passare, per andare verso Fonni, oggi avremmo una leggenda metropolitana in più. Nessuno avrebbe resistito a dire che, forse, probabilmente, anzi, sicuramente, Steven Spielberg, nell'immaginare la scena di E.T. che passa davanti alla luna volando su una bici, aveva visto la graziella rossa, appesa a un albero, nella piazza di un paese vicino alle ciminiere. Ma solo se fosse passato quella sera di fine maggio. La mattina dopo, infatti, così com'era apparsa, la bici rossa, non c'era già più. E il barista, che stava di fronte, nella piazza, continuò a giurare che nessuna scala si fosse avvicinata. Nè prima, nè dopo. Nè mai più.
Iscriviti a:
Post (Atom)
